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lunedì, Febbraio 26, 2024
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Ammazzato per far capire chi comanda. Ecco dove erano finite le armi del delitto Aversano

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Sulla carta sarebbe dovuto essere il delitto perfetto.Un’esecuzione micidiale, studiata fin nei minimi dettagli. Poi arrivò il pentimento di Diego Basso, uno degli uomini del commando, morto suicida in carcere l’anno scorso, e il castello si sgretolò senza alcuna possibilità di appello. Ma oggi è proprio Pasquale Pesce, il mandante di quel delitto, a svelare un’ulteriore serie di retroscena in merito all’omicidio di Luigi Aversano, il guardaspalle del boss Giuseppe Mele freddato invia Padula a Pianura il 7 agosto del 2013. Interrogato dagli inquirenti della Procura antimafia, il neo pentito racconta in particolare il modo in cui, nelle ore successive al delitto, il gruppo di fuoco si è disfatto delle armi utilizzate per l’agguato. L’imperativo, neanche a dirlo, era quello di non lasciare alcuna traccia agli investigatori che avrebbero lavorato al caso – scrive Il Roma – Con la doverosa premessa che tutti i i soggetti citati da “’e Bianchina” sono da ritenere del tutto estranei fino all’eventuale condanna definitiva, ecco uno stralcio del verbale relativo alle dichiarazioni rese dal boss pianurese: «La macchina del mio gruppo di fuoco era guidata da Diego Basso. Il fatto è comunque accaduto per come lo avevo organizzato, quindi non ho chiesto altri particolari».
Ma di dettagli Paquale Pesce ne rivela invece parecchi: «Dopo l’omicidio Salvatore Schiano mi riportò la pistola calibro 38 dicendomi che era pulita, nel senso che non era stata usata. Quando però mi recai a casa di Basso, questi mi informò che in realtà la pistola che non aveva sparato era la calibro 9 che aveva lui, proprio come da consegne. Prudentemente non avevo toccato la calibro 38 e l’avevo avvolta in uno straccio. Chiamai Antonio Campagna e gli dissi di buttarla. Cosa che fece nelle curve di Pianura-Marano».
Sulla scena del delitto ci sarebbe stata inoltre anche una terza arma: «La pistola calibro 45 fu invece usata. Mi fu detto che a buttarla fu Giuseppe Foglia, lo fece per la strada e dopo averla smontata. La calibro 9 che aveva Basso, infine, tornò indietro, per come riferitomi da Basso stesso e venne “posata”». Restava ancora un ultimo indizio da eliminare, cioè la vettura impiegata per speronare lo scooter a bordo del quale quel giorno viaggiava Luigi Aversano: «La macchina utilizzata per l’omicidio – spiega Pasquale Pesce – fu incendiata in una terra nella zona di Marano. Della cosa se ne occuparono Salvatore Schiano e Antonio Campagna».
Il delitto Aversano, sarebbe maturato con l’obiettivo, da parte di Pasquale Pesce, «di colpire Giuseppe e Salvatore Mele». Il boss non aveva infatti mai perdonato ai suoi due cugini quel tentativo di farlo fuori nel 2014. Giuseppe Mele, in particolare, avrebbe infatti proposto al ras Salvatore Marfella di ammazzare “’e Bianchina” al fine di suggellare la pace tra i due storici clan di Pianura. Il sacrifico del capoclan avrebbe così posto fine alla scia di sangue che si è poi protratta fino all’estate del 2016. Marfella infatti rifiutò l’incarico e rivelò al suo capo il piano del ras nemico. Il primo a essere servito sul piatto della vendetta trasversale fu così proprio Luigi Aversano.

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