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Camorra di Napoli est, sconto in appello per il boss Marco De Micco

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Un unico disegno criminoso. Tale da far luogo ad una continuazione. Può riassumersi così la vicenda associativa del boss di Ponticelli Marco De Micco. Il capo dei ‘Bodo’ ha ottenuto nelle scorse ore un consistente sconto di pena dinnanzi alla Corte d’Assise d’appello di Napoli (Presidente Cioria). La questione attiene le ‘partecipazioni’ di De Micco a due clan, il primo quello di Barra dei Cuccaro-Andolfi mentre l’altro quello che ha fondato insieme ai suoi fratelli. Per le due associazioni De Micco aveva rimediato una pena complessiva di 16 anni (otto anni e otto anni). A cambiare radicalmente lo scenario ci hanno pensato i difensori di De Micco, gli avvocati Stefano Sorrentino e Annalisa Senese, che hanno evidenziato che i reati associativi già giudicati farebbero parte di un unico disegno criminoso richiamando i principi elaborati in giurisprudenza in materia di continuazione.

La linea della difesa del boss De Micco

Linea che si è mostrata vincente con i giudici di secondo grado che hanno rivisto al ribasso la pena con uno ‘sconto’ di 5 anni e una pena complessiva di 11 rispetto ai precedenti 16. Un risultato che va oltre le più rosee aspettative anche perché non era facile dimostrare la continuazione. La stessa Procura generale aveva dato poi parere negativo. Un risultato che, potrebbe a breve, vedere De Micco junior ottenere anche ulteriori riduzioni. Per il boss si tratta della seconda buona notizia nel giro di pochi mesi dopo l’assoluzione per l’omicidio di Carmine D’Onofrio: tre anni di dibattimento e accuse che sembravano granitiche.

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Tutto cancellato dalla sentenza uscita nel maggio dello scorso anno che ha assolto il boss Marco De Micco e quattro presunti esponenti della mala di Ponticelli dall’accusa di omicidio del giovane, figlio illegittimo del capoclan Giuseppe De Luca Bossa ucciso, secondo la tesi accusatoria, per vendicare la bomba che lo stesso avrebbe piazzato sotto l’abitazione del boss dei ‘Bodo’. Alcune settimane prima della sentenza vi erano stati gli accertamenti forniti in aula durante il dibattimento dal tandem composto dai legali Stefano Sorrentino e Saverio Senese che avevano fornito prove atte a scardinare il presunto movente del delitto.

L’ordigno

Gli accertamenti gps disposti dalla difesa sul dispositivo mobile di D’Onofrio avrebbero rivelato che la vittima nel momento dell’esplosione dell’ordigno non poteva trovarsi in via Piscettaro, residenza del boss De Micco. Come evidenziato dall’avvocato Sorrentino D’Onofrio si sarebbe trovato a circa due chilometri di distanza dal luogo dello scoppio e a confermarlo sarebbero anche alcuni sms che il giovane si sarebbe scambiato con la fidanzata che si trovava a duecento metri di distanza dal luogo dello scoppio, all’epoca era incinta di otto mesi e dunque, come sottolineato dal penalista D’Onofrio non l’avrebbe certamente messa in pericolo.

Inoltre lo stesso legale evidenziò come alcune intercettazioni non darebbero affatto la certezza del coinvolgimento di D’Onofrio nello scoppio dell’ordigno e dunque del conseguente piano di vendetta del boss, movente dunque al momento appeso ad un filo. Eppure a tirare in ballo i ‘Bodo’ era stato il pentito Antonio Pipolo che in uno dei suoi primi verbali ha dichiarato: “Facevamo delle stese contro i De Luca Bossa e ci facevamo vedere attività nel quartiere. Poi Carmine D’Onofrio mise la bomba a casa di Marco De Micco. Dopo ci fu un summit al quale parteciparono anche i Mazzarella”.

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