Creò l’ecomostro della Resit di Giugliano, Cipriano Chianese condannato a 18 anni di carcere. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza per Chianese, accusato di associazione camorristica e avvelenamento di acque. L’imprenditore dei rifiuti ritenuto tra gli ideatori, per conto del clan dei Casalesi, del sistema delle ecomafie e dello smaltimento illecito dei rifiuti.

Chianese, difeso dagli avvocati Giuseppe Stellato e Alfredo Gaito, è stato riconosciuto responsabile del disastro ambientale della discarica Resit di Giugliano in Campania. In quell’impianto vennero fatti confluire con la regia della camorra rifiuti di provenienza lecita e illecita, in assenza di adeguate misure di controllo, determinando alla fine una situazione di gravissimo danno ambientale sul territorio.

La perizia che conferma il disastro della Resit

L’attività dei periti incaricati dal Tribunale di Napoli ha avuto inizio il giorno stesso dell’udienza di nomina (17.11.2017) ed ha previsto un’analisi precisa dei contenuti della falda acquifera della Resit. Il dato è allarmante: rinvenute in falda le seguenti sostanze in concentrazione eccedente i valori soglia di contaminazione fissate per legge (D.Lgs. 152/06, ndr).

Dunque possono ritenersi avere una concreta pericolosità per la salute umana. Nello specifico nel sottosuolo di quello spazio di Area Vasta è stata accertata la presenza di fluoruri, cloroformio, tetracloroetilene, tricloroetilene, dicloropropano, – tricloropropano, cloruro di vinile, dicloroetano, dicloroetilene; tricloroetano e benzene.

IL DOSSIER DEI PERITI

Ecco cosa scrivono i periti : “Dall’esame si evince che le acque di falda nell’area posta
idrogeologicamente a monte del sito risultano non potabili in assenza di trattamenti specifici per la rimozione degli idrocarburi clorurati ma si rileva un peggioramento significativo della qualità attribuibile alla presenza delle discariche”, scrivono gli esperti. “I risultati delle simulazioni condotte hanno evidenziato il superamento dei limiti di accettabilità del rischio stabiliti dal D.Lgs. 152/06 e s.m.i. sia per i pozzi di monte sia per i pozzi a valle”. 

Inoltre i periti hanno sottolineato che: “Lo strato di argilla non è presente, al limite si trovano limi sabbiosi anche con permeabilità bassa e che la contaminazione trovata ai bordi e sotto gli invasi denota verosimilmente che i presidi, anche qualora ci fossero, sono risultati inefficaci e quindi non realizzati a regola d’arte”.

COME SI SCARICAVANO I RIFIUTI ALLA RESIT

Tale affermazione trova riscontro nella documentazione fotografica nel verbale della requisitoria del Pm dott. Alessandro Milita. Dalle immagini a corredo del dossier si evincono, ad esempio, che in Cava Z scaricavano i rifiuti su teli giustapposti. Non era però termosaldati e mancava di un idoneo sistema di drenaggio del percolato (come previsto dalla documentazione prodotta dai tecnici incaricati dalla società Resit).

DANNI ALLA FALDA ACQUIFERA

Alla luce di tutto quanto emerso, si ritiene che l’attività di ricezione e smaltimento
dei rifiuti sversati nel corso degli anni, verificata anche la natura pericolosa-tossico e/o
nociva – di alcuni di essi abbia effettivamente prodotto un danno all’ambiente. “Dall’esame dei risultati delle attività di caratterizzazione e monitoraggio svolte e documentate agli atti, emerge che l’assenza di adeguati presidi a tutela delle matrici ambientali abbia determinato un peggioramento della qualità della falda (peraltro già compromessa in relazione al sistema di discariche individuate in posizioni ubicate idrogeologicamente a monte delle discariche ex Resit) contribuendo al danno ambientale causato nel complesso dalla gestione di discariche di rifiuti nell’Area Vasta di Masseria del Pozzo”. 

https://internapoli.it/resit-disastro-ambientale-relazione/

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