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“Dovete prima passare a parlare”: le estorsioni ai cantieri a Sant’Antimo e Sant’Arpino

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Un vero e proprio sistema di controllo economico basato sul racket delle estorsioni ai danni delle imprese edili. È questo lo scenario che emerge dall’ordinanza che ha portato a 14 arresti nell’ambito dell’operazione coordinata contro le organizzazioni camorristiche attive nei territori a nord di Napoli, con particolare riferimento a Sant’Antimo e ai comuni limitrofi.

Le accuse contestano un quadro criminale strutturato, caratterizzato da tentativi ripetuti di imposizione del pizzo, intimidazioni nei cantieri e un sistema di alleanza tra diversi gruppi criminali finalizzato alla spartizione delle attività illecite.

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Dalle intercettazioni emergerebbe, infatti, un modello ricorrente di intimidazione con protagonisti gli indagati — tra cui Domenico Ranucci, Mario D’Isidoro, Antonio Perfetto e Nicola Russo — che si sarebbero rivolti ai lavoratori con frasi tese a ribadire il controllo territoriale.
Secondo quanto ricostruito negli atti agli operai veniva intimato di interrompere i lavori, oppure di recarsi prima a “parlare” con i referenti del territorio, lasciando intendere che l’attività edilizia fosse subordinata a una sorta di autorizzazione mafiosa preventiva.
Le conversazioni intercettate riporterebbero toni molto diretti, con riferimenti alla necessità di “sapere con chi si lavora” prima di continuare i lavori nei cantieri.

Minacce nei cantieri: la pressione psicologica

Gli indagati si presentavano:a bordo di ciclomotori con caschi per nascondere l’identità e in gruppi di due o più persone. In diversi casi avrebbero dichiarato che le ditte avrebbero potuto lavorare solo dopo aver riconosciuto l’autorità dei gruppi criminali locali.
Il messaggio non era sempre accompagnato da richieste esplicite di denaro. Tuttavia, il riferimento alla necessità di “mettersi a posto” o “passare prima da Sant’Antimo” lasciava intendere la richiesta del pagamento del pizzo.

L’episodio della pistola

Uno degli elementi più gravi descritti nell’ordinanza riguarda la simulazione della disponibilità di armi.
In un caso un indagato avrebbe mostrato il calcio di una pistola durante il confronto con i responsabili di un cantiere edile, un gesto considerato sufficiente a rafforzare la minaccia senza necessità di utilizzare l’arma.

I cantieri nel mirino del racket

Le tentate estorsioni avrebbero colpito diverse imprese edili, tra cui società operanti nei settori delle infrastrutture e delle costruzioni private, considerate economicamente strategiche.
Il meccanismo criminale ipotizzato dagli inquirenti sarebbe stato quello tipico dei sistemi mafiosi locali con controllo preventivo delle attività economiche, richiesta di denaro come forma di “protezione” e uso della reputazione criminale come strumento di intimidazione

Tentativi non riusciti

Negli episodi contestati il reato è rimasto allo stadio di tentativo di estorsione perché le vittime non avrebbero ceduto alle richieste, anche grazie all’attività investigativa delle forze dell’ordine e alle intercettazioni che hanno consentito di ricostruire il sistema criminale
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