Omicidio Amendola. Nascosero il baby boss Formicola, parte il processo ai fiancheggiatori

E’ ripreso ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone il processo ai tre fiancheggiatori, con la nomina del “traduttore”che affiancherà la perita cui è stata affidata la trascrizione delle intercettazioni che inchioderebbero uno dei complici venuti dalla Campania e due fioristi ambulanti napoletani, che hanno nascosto Giovanni Tabasco e Gaetano Formicola nel casolare di Ponte di Cetti in provincia di Viterbo dove sono stati arrestati nella primavera di tre anni fa.

E’ sulla Cassia Sud, alle porte del capoluogo, che il 22 marzo 2016 sono stati arrestati i latitanti, nel corso di un blitz della polizia finito in manette per la coppia di 24enni Giovanni Formicola e Gaetano Tabasco condannati all’ergastolo in primo grado per l’omicidio del 18enne Vincenzo Amendola, ucciso a Napoli a colpi di pistola in faccia. Lo scorso 15 maggio si sono visti ridurre la pena a 30 anni in secondo grado per l’omicidio commesso il 5 febbraio 2016 a San Giovanni a Teduccio

Tre gli imputati rinviati a giudizio per favoreggiamento su richiesta della Dda di Roma: Domenico Gianniello, Pasquale Gianniello e Giulio De Martino. Pasquale Gianniello e Giulio De Martino sono due fioristi ambulanti d’origine campana, residenti da anni nel Viterbese, dove vendono piante per strada col furgone. Fino al 2014 avrebbero vissuto tra Tobia e Tre Croci, dal 2014 si erano trasferiti nella casa di Ponte di Cetti, dotata di un capiente seminterrato, attrezzato a magazzino, con tanto di cella frigorifera per conservare i fiori freschi. In possesso di un regolare contratto, vivevano sulla Cassia Sud dal mese di settembre di cinque anni fa, come ha confermato l’agente immobiliare che si è occupata della locazione dell’immobile per i proprietari.

“Il contratto, valido un anno, è stato firmato il 22 settembre 2014 da entrambi, poi rinnovato per altri dodici mesi, fino al 21 settembre 2016”, ha detto la donna, citata come teste dalla pm Paola Conti. “So che fanno i fiorai ambulanti, non so se pagassero con bonifico o in contanti facendo la ricevuta”, ha detto al pubblico ministero, che la ha contestato come alla squadra mobile avesse detto di essersi recata lei presso il furgoncino parcheggiato in via Garbini, prendendo in contanti i soldi dell’affitto al posto della proprietaria. “A volte può essere capitato”, ha ammesso.

Il processo riprenderà l’8 gennaio, quando saranno sentiti il perito e il traduttore di napoletano sulle trascrizioni. L’interprete si è reso necessario per la corretta trascrizione delle cinque telefonate e dell’intercettazione ambientale captata sul furgone dei fiorai. Lo riporta Tuscia web.