Prove non sufficienti e dichiarazioni dei pentiti generiche, le motivazioni sull’assoluzione del gruppo delle Palazzine

Sono state depositate le motivazioni della sentenza nel processo che vede alla sbarra diversi presunti esponenti del gruppo scissionista delle Palazzine di Giugliano, accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Alla sbarra c’erano Davide BarbatoDomenico Chiariello ‘Mimmuccio’, Ernesto Cuciniello, Aniello Di Biase, Francesco Di Nardo, Giuseppe Mele ‘o chiattone e Crescenzo Panico ‘o Pippone.
Il pm della DDA di Napoli, dott.ssa  Antonella Serio, aveva invocato condanne per un totale di 102 anni di carcere. Nessuna delle sue richieste fu accolta, tant’è che il Gup di Napoli, dott. Fabio Provvisier del Tribunale di Napoli, assolse diversi imputati.
Il collegio difensivo (composto dagli avvocati Celestino Gentile, Alfonso Palumbo, Michele Giametta, Salvatore Cacciapuoti, Luigi Poziello, Alessandro Caserta, Rocco Ascanio, Leopoldo Perone) riuscì a smontare per filo e per segno le tesi dell’accusa che si era basata sulle intercettazioni ambientali contenute nell’ordinanza di custodia cautelare e alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Gennaro Catuogno ‘o scoiattolo, invece, ha scelto di essere processato col rito Ordinario.

Le motivazioni

Per il gup non ci sono le prove per la sussistenza del fatto: “Già un’imputazione associativa senza la contestazione di alcun reato fine, per l’evidente ragione che non vi era la prova, rende debole l’impianto accusatorio” scrive il Gup, il quale sottolinea la mancanza di rinvenimento in fatto di tutti gli elementi strutturali minimi per aversi un associazione di narcotraffico. “Dall’indagine, infatti, emerge solo la sicura volontà degli imputati di violare l’ordine del capo zona, e riattivare un circuito di vendite di stupefacenti anche fuori dal Comune giuglianese. Tuttavia, già le circostanze, oltre alla mancata individuazione di reati fine, che non vi sono stati sequestri, non vi sono stati arresti in flagranza, non vi sono state perquisizioni, non vi sono state escussioni di acquirenti da membri dell’ipotetico gruppo, unitamente alla rilevante osservazione che il monitoraggio delle utenze e del veicolo, durato poco più di un mese, da cui, per altro, emergono solo affermazioni riferite al passato ed ipotesi di condotte riferite al futuro, rendono davvero difficile al GUP ritenere provati oltre ogni ragionevole dubbio gli elementi strutturali minimi dell’art. 74, quello dello spaccio”.
Nel mirino del Gup anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia: “Sono generiche, in quanto basate su fatti notori, e non su circostanze da loro apprese o percepite direttamente, come la contiguità degli imputati al clan Mallardo, l’esistenza del divieto di spaccio nel giuglianese e la conoscenza di un gruppo denominato delle palazzine, che intendeva violare tale divieto”. “In realtà in atti vi sono elementi che fanno anche intendere che il pensiero è divenuto azione, basti pensare alla circostanza pacifica ed emergente in maniera inequivoca dalla conversazione del 19.4.2014 (prog. 941), che Di Bíase Michele, probabilmente ucciso un anno dopo proprio per questa sua condotta contraria all’ordine di Francesco Mallardo, aveva consegnato al figlio Aniello ed a Mele Giuseppe la somma di euro 100.000 per avviare un’attività di vendita stabile di sostanze stupefacenti, ma tale comportamento preparatorio, che ha condotto la Procura ad addossare i moli di promotori ad Aniello Di Biase e Mele Giuseppe per il solo fatto di essere stati iniziati da un membro del clan Mallardo, non è trasmodato in alcuna condotta esecutiva, o meglio non vi è prova che si sia concretizzato in una azione di programmazione con ripartizione di compiti, con la conseguenza che non risulta valicata quella soglia minima di condotta che renderebbe offensivo, e quindi punibile, un atto preparatorio.
Ed invero, partendo dai collaboratori, ed in specifico da Pirozzi, questi non fa altro che confermare che alcuni degli imputati erano affiliati al gruppo Mallardo. Anche Caracallo afferma che prima della scissione, il territorio di Giugliano era interamente controllato dal clan Mallardo. In particolare, la “zona delle palazzine” aveva come referente del gruppo Michele Di Biase. Precisa che 4-5 anni prima, alcuni esponenti di questo gruppo, Mele Giuseppe, Sarracino Francesco e D’Aniello Giuseppe, durante la detenzione presso una comunità di recupero a Villa Literno, avevano maturato l’idea di spacciare la droga a Giugliano, una volta tornati in libertà. Il GUP deve rilevare che Caracallo, oltre a non precisare da chi e come aveva saputo quanto detto, si limita ad affermare l’esistenza di intenzioni di vendita e non di specifiche ipotesi di spaccio realizzate da qualcuno, ne tantomeno dell’esistenza di un embrione di programma associativo con ripartizione di compiti ed adesione collettiva. Continuava affermando che Di Biase Michele “sapeva che questa cosa a Giugliano non era possibile, i Mallardo, infatti, sono sempre stati contrari al business della droga sul territorio, ma in un certo modo aveva appoggiato il figlio (Di Biase Aniello) e i suoi amici”. Ed invero, tramite ambasciate di persone in libertà, i detenuti in comunità avevano chiesto agli esponenti di vertice del Clan l’autorizzazione per vendere droga sul territorio, permesso che ovviamente non era stato concesso. Quando tornarono nella comunità a riferire il diniego, Mele Giuseppe aveva affermato che, anche senza il consenso “la droga a Giugliano la facevano lo stesso”, per cui, in un secondo momento, il Clan Mallardo aveva fatto riferire ai detenuti che “se loro avevano questo pensiero di spacciare la droga nel giuglianese si assumevano le loro responsabilità”. Successivamente, anche Di Biase Michele venne messo al corrente di questa situazione, rassicurando il Clan di occuparsi in prima persona di mettere fine a questa iniziativa che, tra gli altri, interessava anche il figlio Di Biase Aniello.
Caracallo riferisce poi che, circa un paio di mesi dopo, usciti dalla comunità, hanno iniziato a distribuire la droga a Giugliano e che al comando di tale business vi fosse Mele Giuseppe. Del gruppo facevano parte “Sarracino Francesco, Di Biase Aniello, Catuogno Gennaro passato in un secondo momento, poi ci stava Di Nardo Francesco, Panico Crescenzo”.
Il GUP deve ancora osservare che Caracallo, oltre a non chiarire come era venuto a conoscenza di quanto affermato, parla di specifiche ipotesi di cessione di droga e non certo dell’esistenza di un’associazione strutturata con i crismi dell’ari 74 DPR 309/90, ed infatti alla domanda del PM circa il funzionamento di tale attività illecita, il collaboratore rispondeva in maniera vaga perché, non facendo parte del gruppo, ormai definitivamente scisso dopo l’uccisione di Di Biase Michele ad opera dello stesso Clan Mallardo, ne sapeva ben poco sulle modalità di svolgimento della vendita di droga.
Il Caracallo riferiva che la scissione aveva generato una guerra tra il Clan Mallardo e il “gruppo delle palazzine”, conclusa quando gli esponenti di quest’ultimo gruppo erano stati arrestati. Alla domanda del PM circa la cessazione della vendita di droga durante tale guerra, il collaboratore rispose che questa attività continuava ad essere svolta, anzi, “quando venne chiamato il Di Biase Michele, loro fecero finta di smettere, Di Biase Michele assicurò che loro non lo facevano più, però noi sapevamo bene e lo riferimmo pure, che loro la droga la davano comunque”. Con il termine “fecero finta di smettere”, Caracallo intendeva dire che il gruppo delle palazzine continuava a distribuire droga agli spacciatori del luogo, ma “se queste persone venivano chiamate dovevano dire che loro non vendevano più né la droga né tanto meno l’acquistavano da loro, dal gruppo delle palazzine”. Inoltre, avevano cambiato sia i “venditori al dettaglio” sìa i luoghi di spaccio, essendosi ora organizzati a vendere sull’Appia di Aversa, o sulla strada di Melito.

La storia dell’inchiesta e lo spaccio di droga

Tutto è iniziato nel 2014, quando i vertici del clan Mallardo finirono in galera. Da quel momento, approfittando del vuoto di potere, il gruppo delle Palazzine, che fino ad allora era rimasto ai margini, decise di contravvenire all’ordine del boss Ciccio Mallardo ed iniziò a vendere stupefacenti sul territorio. A coalizzarsi nel nuovo business furono diverse famiglie: i Di Biase, guidati dal boss Michele detto Paparella, il figlio Aniello, Gennaro Catuogno detto ‘o scioiattolo, i d’Alterio alias Piripicci, i De Simone, i Marano e gli Smarrazzo. Questo il nucleo del nuovo gruppo criminale che attraverso la vendita della droga ed estorsioni si è fatto largo dal 2014 ad oggi, stringendo prima un accordo con il gruppo storico dei Mallardo con cui poi è andato in contrasto scatenando una faida che ha portato ad agguati, epurazioni ed omicidi.