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RAGIONI DEL NORD, DESTINO DEL SUD

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Le elezioni politiche hanno dato un risultato chiaro. Inequivocabile. Il Paese ha assegnato al centrodestra il compito di governare per i prossimi cinque anni. Come sempre dopo i risultati elettorali ci si interroga sul significato del voto. Al di là dell’aritmetica. È nata la terza Repubblica? È nato il tanto atteso bipolarismo? L’uscita di scena traumatica dei partiti della sinistra storica crea un inquietante vuoto di rappresentanza? E ciò rispetto ad istanze e movimenti fortemente radicati sul territorio. Analisti, politologi, esperti se ne occuperanno. Voglio qui riflettere su una questione a mio modo di vedere estremamente rilevante.

Pare innegabile che il primum movens, il motorino di avviamento del successo elettorale sia da collocare al Nord e nella cosiddetta questione settentrionale. Ciò pur essendosi registrato un esito nettamente favorevole al Pdl su quasi tutto il territorio nazionale. La cosiddetta questione settentrionale, intendiamoci, è di capitale importanza per il Paese. Le aree più operose e produttive hanno bisogno di infrastrutture per competere con mercati esteri molto aggressivi. Come si può negare la centralità di questo problema?

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Così come, e sembra quasi un paradosso, più al Nord che in altre aree del Paese è stata posta la questione della sicurezza. Sicurezza per i singoli cittadini, gli anziani, i bambini, i beni… Per dirla con Pansa, la sicurezza è un bene primario. Non è né di destra né di sinistra. E riguarda fondamentalmente gli strati più deboli della popolazione. Quelli che non possono permettersi guardie del corpo, costosi sistemi di sicurezza negli appartamenti e quant’altro.

Inoltre in quest’area del Paese è vissuta con particolare sofferenza la pressione fiscale. Evidentemente queste esigenze sono state intercettate meglio da alcune forze politiche che da altre.

La mia preoccupazione non è legata all’esistenza della questione settentrionale che, ripeto, c’è e va affrontata con efficacia. In particolare perché riguarda la parte più produttiva del Paese. La mia preoccupazione è che possa essere dimenticata la questione meridionale.

Ma esiste ancora la questione meridionale? Sembra quasi che la reazione generale sia di fastidio al solo pronunciare l’espressione «questione meridionale». È ancora vero che il nostro Paese non può progredire senza produrre un modello di sviluppo del Mezzogiorno? È un secolo che se ne parla. Grandi menti si sono cimentate. Da Salvemini a Rossi Doria. Il risultato sembra essere la rimozione del problema perché troppo a lungo discusso. E quindi intimamente considerato irresolubile. Questa sensazione francamente la ho ricavata in tutta la campagna elettorale. Ascoltando esponenti politici di tutti gli schieramenti.

L’idea più diffusa sembra essere quella di staccare dal treno Italia i vagoni del Sud. Ciò affinché i rimanenti vagoni possano più facilmente raggiungere la velocità dei treni europei. Eppure dato il tasso di congestione del nord, risolvere il problema della crescita del Mezzogiorno significa permettere al Paese di continuare a crescere. Il tasso di crescita del Nord, anche se può essere maggiore di quello attuale (una volta risolta la questione settentrionale), è già vicino al suo tetto «naturale». Se il Paese vuole crescere di più «deve» avviare lo sviluppo del Mezzogiorno.

Certo c’è da interrogarsi sul perché i cittadini meridionali non abbiano imposto nell’agenda politica di tutte le forze in campo la questione del proprio futuro. La percezione collettiva è che dopo la riforma agraria, le grandi infrastrutture, gli investimenti pubblici nell’industria di base, la Cassa del Mezzogiorno… siamo al punto di partenza. Che ciò non abbia prodotto un mutamento antropologico? Per cui ci si accontenta di sopravvivere con le briciole dello sviluppo del Nord. In realtà questo non è un destino segnato. Non ci si deve accontentare delle briciole affidandosi alle intelligenze e alle braccia altrui. Nel Mezzogiorno vi sono le energie per lo sviluppo: imprenditori, centri di ricerca, università. E tanti, tanti giovani. Tali energie vanno liberate e coordinate.

Certamente il contesto è difficile. Il Paese è impoverito. Le famiglie hanno difficoltà nella gestione del quotidiano. Molte famiglie addirittura non nascono. Il problema di garantire un futuro ai giovani è drammatico. Ed è anche chiaro che non tutto può un governo. I flussi economici mondiali passano, lo sappiamo, sopra le teste dei governanti. Di destra o di sinistra che siano. Un governo però fissa le priorità. A deputati e senatori – innanzitutto a quelli della maggioranza – eletti dalla Campania in giù, l’onere di inserire tra le priorità la questione dello sviluppo del Mezzogiorno. Di realizzare un forte raccordo con il territorio. Affinché affrontare e risolvere, come è giusto fare, la questione settentrionale non significhi l’abbandono al suo destino del Mezzogiorno d’Italia.

Guido Trombetti
IL MATTINO – 17 APR 2007

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