L’avvio del dialogo con l’Udc. La provocazione del Pd del Nord. Il difficile confronto con l’eredità del governo Prodi. Dalle parti del loft le riflessioni sulla sconfitta elettorale scontano al momento un po’ di disordine. Forse la ragione sta nei ballottaggi del 27-28, innanzitutto nella sfida di Roma, dove il Pd si gioca uno dei suoi simboli e Veltroni una parte del suo prestigio. Forse un’altra ragione sta nel fatto che, a fronte di una sconfitta pesante, sicuramente superiore alle aspettative, nel Pd c’è la convinzione di aver comunque vinto una scommessa. Il partito ”nuovo” è già il veicolo con il quale cominciare la traversata nel deserto dell’opposizione. Il veicolo però ha bisogno di carburante e di una rotta. E davanti al Pd ci sono almeno due grandi nodi strategici da risolvere. Il primo riguarda proprio la struttura, il radicamento del partito. Dopo le primarie andava di moda il dibattito sul «partito leggero». Cioè senza tessere e senza sezioni territoriali. Con un leader eletto dai cittadini e con gruppi dirigenti più collegati alla linea del capo che non agli umori degli iscritti. L’esito delle elezioni ha spazzato via questa suggestione. Il Pd non può competere con Berlusconi sul suo terreno. Il Pd vince dove ha radici e vanta presenze capillari. Perde dove non ha (o ha perso) legami con il territorio. Non è stato sconfitto solo al Nord, dove la Lega ha costruito il suo «partito pesante». Ha perso ancor più al Sud, dove pur governando in tutte le Regioni tranne la Sicilia, ha fatto finta di essere altro e si è presentato con liste poco rappresentative.
Ormai nessuno tra i democratici pensa davvero che il partito nuovo possa crescere senza radicamento. Senza presenze in ogni paese e in ogni quartiere. La leggerezza sarebbe soltanto l’alibi di un insuccesso. Da questa diffusa consapevolezza è nata la provocazione del «Pd del Nord», lanciata da Repubblica, attore non marginale nel confronto interno ai democratici. Un Pd territoriale. Diverso dal Pd del Centro-Sud perché capace di rappresentare le dirompenti istanze dei ceti professionali, operai, imprenditoriali del Nord. Prima ancora di Repubblica, era stato Sergio Cofferati a lanciare un sasso in piccionaia. Anche se il sindaco di Bologna ha parlato di partito federale, non di un Pd nordista federato con uno del Centro-Sud. La questione settentrionale domina nelle immagini e nelle prime analisi del dopo-voto. È l’effetto Lega. Eppure il Pd dovrebbe pensare anche al suo Sud. Dove ha perso più che al Nord. Dove governa da anni e solo nel 2005 aveva fatto cappotto. Ora invece Berlusconi si è preso la rivincita. Senza la Lega. Anzi, mentre la Lega tornava ad occupare con i suoi slogan il centro della scena. E lo stesso Veltroni indicava la «riconquista» del Nord come la prova della modernità del Pd. Più di altri il Pd o riesce ad essere un partito nazionale, o non è. Senza la ricerca di una sintesi verrebbe meno il suo carattere nazionale, in un Paese dove uno dei propositi riformisti dovrebbe essere proprio quello di ricostruire lo Stato e il senso dello Stato, anziché assecondare i particolarismi. Senza dimensione nazionale, verrebbe meno anche la leadership di Veltroni, al momento legata a doppio filo al consolidamento del partito nuovo. Un Pd del Nord peraltro contraddirebbe pure l’idea di «partito». Sarebbe solo una raccolta di domande. Operazione importante e finora deficitaria, sia chiaro. Ma se il partito non è anche un progetto unitario, allora vuol dire che questa missione viene delegata solo ai governi. Diventerebbe la resa alla filosofia di Bossi e Lombardo, oltre che la prova della sudditanza culturale del centrosinistra. Ma c’è ancora un secondo nodo strategico davanti al gruppo dirigente democratico. È la politica delle alleanze. Non è vero che alle elezioni ha vinto il bipartitismo. Ha vinto una coalizione guidata da Berlusconi. E anche Veltroni si è giovato del buon risultato dell’alleato Di Pietro. Lega e Idv sono stati gli strumenti con cui Pdl e Pd hanno intercettato un parte degli umori dell’anti-politica. Oggi l’offensiva del dialogo verso l’Udc è una necessità per il Pd, anche se il dialogo non produrrà domani un’alleanza. L’autosufficienza, magari coltivata nell’illusione di un asse con Berlusconi sulle riforme, rischia di portare i democratici in una collocazione simile a quella del vecchio Pci. L’esito del voto ha già materializzato questa minaccia. Ora la prova della sua «vocazione maggioritaria» non sta soltanto nella forza del progetto riformista, ma anche nella sua capacità di dialogare, di attrarre, di interessare. Qualche dirigente già dice che al tavolo delle riforme il Pd si siederà solo insieme a Casini e, prima di farlo, cercherà un patto di consultazione anche con la sinistra. Di sicuro, la parola riformista non è alternativa alla parola coalizione.
Claudio Sardo
Il Mattino – 19/04/2008
