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E’ morto Antonio Gava, fu accusato di aver protetto il boss Lorenzo Nuvoletta

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E’ morto questa mattina nella sua casa romana Antonio Gava, ex membro di spicco della Democrazia Cristiana, sette volte ministro. Gava, 78 anni, era da tempo gravemente malato, dopo un ictus che lo aveva colpito nel 1990. Dal 6 agosto era ricoverato in fin di vita in ospedale, ma ieri la famiglia ha deciso il trasporto a casa per le ultime ore. Figlio d’arte (il padre Silvio e’ stato 13 volte ministro tra gli anni cinquanta e sessanta), napoletano ‘doc’, Gava e’ stato per decenni uno dei membri piu’ in vista della Dc, corrente “dorotea” di cui fu uno dei leader insieme a Forlani e Scotti. Nella sua lunga carriera, ha ricoperto la carica di ministro dei Rapporti col Parlamento, tre volte ministro di Poste e Telecomunicazioni, ministro delle Finanze, e per due volte Ministro dell’Interno. Colpito nel 1993 da un avviso di garanzia per associazione mafiosa, nel 2006 Gava fu assolto in primo grado e in appello.



L’impero napoletano. A Napoli e in Campania Gava ha costruito il potere della sua corrente, affiancando il padre Silvio, un veneto arrivato a Castellammare di Stabia negli anni ’20, avvocato e poi senatore e ministro democristiano, morto quasi centenario nel 1999. Il vecchio Gava gli consegno’ idealmente il testimone nel 1972, quando Antonio arrivo’ alla Camera. Da allora fu ministro per tredici volte, arrivando alla responsabilita’ del Viminale nel 1990; ma soprattutto fu l’ eminenza grigia in grado di riorganizzare il ”grande centro” doroteo e di influenzare la linea politica della balena bianca lungo tutti gli anni ’80, che a posteriori sono gli anni del declino scudocrociato. Per essere eletto segretario Ciriaco de Mita, leader della sinistra democristiana che strizzava l’occhio al Pci, ebbe bisogno del suo appoggio. Ma quando ai dorotei sembro’ arrivato il momento di cambiare, De Mita nulla pote’ di fronte alla decisione di Gava di sostenere Arnaldo Forlani.


Il patto con Craxi. Sempre Gava fu tra i registi di quel patto tra Craxi, Andreotti e Forlani che fece nascere il ”Caf” negli ultimi anni della prima Repubblica. Un occhio a Roma, impegnato nelle grandi manovre che facevano nascere e morire i governi democristiani al ritmo di uno all’anno, un occhio a Napoli, dove doveva fronteggiare la concorrenza degli andreottiani guidati da Paolo Cirino Pomicino (come scrisse Giorgio Bocca, nel capoluogo campano si affrontavano ”la dc del non fare e la dc del fare pur di fare”), Gava sembrava avviato a una tranquilla pensione quando su di lui si abbatte’ l’infamante accusa di collusione con la camorra.


Le accuse di favoreggiamento coi Nuvoletta. Era il 1993 quando all’ uscio della villa di Gava all’Eur si presento’ un maresciallo con in mano un avviso di garanzia per associazione mafiosa: un camorrista pentito lo accusava di aver protetto il boss Lorenzo Nuvoletta. Tre giorni di carcere a Forte Braschi, poi gli arresti domiciliari dal settembre del 1994 al marzo del 1995 e la sospensione cautelare dall’ordine degli avvocati. Seguirono tredici anni di udienze e sentenze, fino alla definitiva assoluzione con una sentenza irrevocabile. Arrivata la sospirata assoluzione, Gava, difeso dal figlio Gabriele, ha chiesto un risarcimento milionario allo Stato: 38 milioni di euro, cosi’ divisi: 3 milioni per non aver potuto svolgere l’attivita’ professionale, 10 milioni per danno fisico, altri 10 milioni per danno morale e 15 milioni per danno di immagine. La sua verita’ e’ consegnata in un libro , ”Il certo e il negato”, con la prefazione dell’amico Arnaldo Forlani.

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