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L’intervista ”choc” di Repubblica ad Alfredo Vito (Pdl) su Nicola Cosentino: ”Nelle liste del 2007 personaggi in odore di camorra”

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Alfredo Vito, che tra lei e l´onorevole Cosentino non corra buon sangue è cosa nota. Ma come nasce la «profezia» su sorprese giudiziarie d´autunno per il coordinatore regionale del Pdl, poi giunta alle orecchie del premier Berlusconi?
«Solo una piccola precisazione e vi racconto tutto», risponde Vito. «Prima una precisazione – riprende Vito – e poi darò ampie soddisfazioni sul caso Cosentino. E cioè: non ho partecipato alla riunione o alla chiacchierata degli amici del senatore Quagliariello. Però certo, ho parlato di questa vicenda, e continuo a dire liberamente ciò che penso, anche a dirigenti nazionali del mio partito, e sono uno dei pochi a farlo. Quindi, confermo ciò che emerge dal vostro articolo di ieri: è molto probabile che il mio ragionamento politico sia arrivato alle orecchie del presidente Berlusconi, attraverso il senatore Quagliariello o tramite qualche altro autorevole esponente».

Vito, sciogliamo l´obiezione numero uno. Lei è stato un tangentista reo confesso nella Dc della prima Repubblica, poi ripescato e rimandato al Parlamento grazie a Forza Italia, oggi Pdl. Cosa risponde a chi pensa che sia mosso da vendetta perché è stato escluso dalle politiche 2008?
«È il contrario. È stato in virtù delle mie battaglie contro le contiguità criminali che sono stato escluso dalle liste. D´altro canto, il partito conosceva a tal punto la mia sensibilità sul tema che mi nominò nella commissione parlamentare Antimafia di quella legislatura. Parto ancora da un presupposto: opporsi alla cultura mafiosa dei clan e alle loro infiltrazioni nello Stato è priorità di qualunque forza politica sana del sud. Se un parlamentare non lo fa, tradisce nel modo più grave la sua causa».

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Sia più chiaro: Cosentino non lo fa?
«Credo di no, francamente».

È un´affermazione grave.
«Mi trovi una sola dichiarazione o un rigo del sottosegretario Cosentino in cui egli riconosca come mafiosi il clan dei casalesi. Troverà generiche frasi sulla vittoria dello Stato, ma mai una parola contro la mafia che soffoca la terra in cui è nato. A parte questo dettaglio, ho avanzato critiche circostanziate anche su alcune elezioni di consiglieri o capigruppo Pdl in comuni importanti della provincia, da Villaricca a Giugliano».

Sta dicendo che c´è una connessione tra la leadership regionale e la scelta di candidati della zona grigia?
«Rispondo con i fatti. Abbiamo messo in lista personaggi che hanno avuto contatti frequenti con elementi in odore di camorra. Non solo: nel 2007 facemmo il tesseramento e io portai un elenco dei collusi, gente che doveva restare a casa o nei loro studi professionali. Niente. Sono dentro».

Ma perché queste denunce non le ha fatte alla magistratura?
«Non so fare le istruttorie, purtroppo. Certo, se avessi avuto in mano notizie di reato, o avessi assistito a condotte criminali, allora sì che sarei andato dal magistrato. Invece mi «limito» ad ascoltare e conoscere il territorio. E a trarne buone prassi, scelte politiche».

Vito, torniamo alla sua «profezia». Cosa le fa pensare che, entro i prossimi mesi, l´indagine dell´Antimafia che coinvolge Cosentino possa riservare sorprese?
«Un semplice ragionamento da cittadino. I pentiti che hanno parlato del coordinatore regionale Cosentino sono ritenuti attendibili; alcune loro dichiarazioni, riportate in altri procedimenti, hanno consentito condanne. È plausibile immaginare che qualunque magistrato, di fronte all´attendibilità di un collaboratore di giustizia, debba responsabilmente andare fino in fondo. E questo anche per garanzia di un eventuale indagato. So che Cosentino dice ai quattro venti che non ha mai ricevuto un avviso di garanzia, ma egli sa che chi è sfiorato da accertamenti su contiguità di camorra può non ricevere alcun avviso».

Va da sé che per lei Cosentino non è il candidato ideale alla presidenza della Regione.
«Penso che ci siano nel Pdl campano nomi più autorevoli, su cui non pendono spade di Damocle: la Carfagna, Stefano Caldoro, Erminia Mazzoni, Giuseppe Gargani, Pasquale Viespoli, oltre ad esponenti della società civile come Lettieri. D´altro canto: Cosentino è parlamentare, sottosegretario, coordinatore regionale. Deve fare anche il governatore? Ma è un gigante, costui».

Dal Casoriagate in poi, nel Pdl non c´è più tregua. Anche lei, come altri parlamentari ed esponenti campani, in pubblico dice che lo scandalo Berlusconi è «gossip» e in privato si rassegna al fatto che la moglie o la figlia non votino per il Cavaliere, perché disturbate dai festini?
«La sorprenderò. Mia moglie e mia figlia, purtroppo, non hanno votato Pdl alle europee, per questi motivi. Diciamo che appartengono a quel 5% che ci ha voltato le spalle. Berlusconi si diceva sicuro del 40% e puntava al 45. Siamo rimasti al 35. Perché?»

A questo punto mi dica come ha votato lei, il 6 giugno.
«Pdl alle europee, ovvio. Alla Provincia, non ce l´ho fatta a votare Cesaro. Spero mi sia agevole votare alla Regione».

In fondo, non si capisce perché stia ancora nel Pdl.
«Resto un moderato. Non adotto gesti radicali, e purtroppo se mi guardo intorno non vedo sintesi migliori. Ma c´è un grande problema che sta esplodendo nel Pdl: i nostri elettori sono in gran parte cattolici e moderati, ai vertici abbiamo soprattutto socialisti, socialdemocratici, radicali. Alcuni, con metodi violenti. Di cui il caso Boffo è stato il punto più alto e insieme l´autogol più incredibile».

(Conchita Sannino – Repubblica.it 30/09/2009)

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