Archiviate le polemiche sui ritardi accumulati della vecchia amministrazione comunale (l’atto d’accusa era stato lanciato nei mesi scorsi dai vertici della magistratura napoletana), entrano nel vivo i lavori per il ripristino del vecchio palazzo di giustizia. Il termine per la chiusura del cantiere è previsto per la fine di dicembre, ma i tecnici contano di poter completare l’atteso intervento entro l’autunno. La struttura di via Salvatore Nuvoletta era stata sgomberata nel 2009 dai vigili del fuoco per problemi strutturali: una chiusura forzata, insomma, che aveva spinto l’amministrazione guidata dall’ex sindaco Salvatore Perrotta a trasferire gli uffici giudiziari in un nuovo edificio ubicato in piazza San Josè Escrivà de Balaguer, al cui esterno – in seguito alle reiterate sollecitazioni del presidente del tribunale di Napoli, Carlo Alemi – sono state di recente installate due scale di emergenza. Ultimati i lavori nella vecchia palazzina, a cui dovrebbe fare seguito il rientro del comparto penale, da qualche mese trasferito nella sede centrale di Napoli, la nuova struttura si candida ad ospitare gli uffici del Giudice di Pace, attualmente situati all’interno di un angusto edificio di via Cesina. Un ulteriore presidio di legalità ed istituzionale, dunque, che andrebbe ad affiancare altre importanti strutture presenti in zona: la tenenza dei carabinieri, l’ufficio postale e il palazzo municipale. L’idea, già resa nota nei mesi scorsi ai vertici della magistratura partenopea, piace, affascina, ma rischia di rimanere lettera morta poichè si scontra con alcune problematiche di carattere tecnico-burocratico tuttora irrisolte. La palazzina di piazza San Josèmaria Escrivà de Balaguer, realizzata sulla scorta di un finanziamento regionale (fondi Por 2000-2006, per un importo pari a 1milione e 300mila euro), deve infatti obbligatoriamente ospitare – pena la restituzione dei fondi assegnati al Comune di Marano – il nuovo Centro per l’impiego della città. L’edificio sorge, come se non bastasse, su un’area ancora formalmente intestata a un privato cittadino e in tal senso non risultano – ad oltre tre anni dall’avvenuta realizzazione dell’opera – né atti di compravendita né tantomeno di esproprio.
(Il Mattino 23/06/2011)
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