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«’E marucchini no, pigliamm solo ‘e nir’»: ecco perchè la camorra sceglie uomini di colore per lo spaccio

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«Sono quattro mascalzoni,
delinquenti. Parassiti». Una
frase che da mesi riecheggia
nei corridoi degli uffici
di polizia. È con questa
espressione che si indicano
gli appartenenti alla cosiddetta
«paranza dei bambini»,
un gruppo di giovani
pregiudicati che in meno di
due anni ha cambiato forma
divenendo un clan. Il clan
Sibillo.


I soldi per mettere
in piedi le piazze di spaccio
li hanno ricavati dalle
rapine, un po’ come i primi
terroristi finanziavano la
campagna eversiva con i
colpi in banca. Poi il salto
di qualità. La prima base di
smercio di stupefacenti nel
cuore di Forcella, la «roba»
(la droga) tagliata sempre
di più fino a raggiungere
percentuali di 1 a 4 e infine
i raid, gli agguati per
marcare il territorio. Sono
cresciuti così i ragazzi di
Emanuele e Lino Sibillo, i
fondatori della cosca di via
Santi Filippo e Giacomo.

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Ci sono delle date segnate
in rosso nella storia del clan
Sibillo. La prima è il 2 luglio
2015. Era notte fonda quando
i killer aprirono il fuoco
contro una moto da enduro.
Una Honda Transalp di colore
argento che oggi è ricoperta
di uno spesso strato di
polvere nel capannone della
caserma di polizia “Virgilio
Raniero”. In sella vi erano
Lino ed Emanuele Sibillo, i
due fratelli a capo del sodalizio
criminale. Quella notte
una pallottola trapassò il
torace di Emanuele, appena
19 anni. Sognava di diventare
un giornalista. Morì su
un letto dell’ospedale Loreto
Mare. Quattro mesi dopo il
fratello Lino, divenuto reggente
della cosca, veniva
arrestato dopo una breve
latitanza.


Le inchieste di
magistratura e forze dell’ordine
hanno decapitato il
gruppo criminale di Forcella.
Ma l’effetto è durato
poco. Le piazze di spaccio
sono state riaperte, il mercato
a sei zeri della droga è
ripreso. Anzi, si è ampliato.
I Sibillo oggi hanno un nuovo
capo e un nuovo feudo.
Capelli lunghi, corporatura
robusta e carattere mite,
pacato. Dicono sia “saggio”,
che sappia prendere le decisioni
giuste per il clan senza
fare subito affidamento alle
armi. Sarà per questo che
il suo soprannome è «‘O
nonno». È stato lui, un po’
alla “Genny Savastano” di
Gomorra, a stringere piccole
alleanze commerciali così
da insediarsi in zone del
tutto nuove e sconosciute al
clan.

Ha iniziato vendendo
hashish e marijuana di buona
qualità. Dopo di lui sono
arrivate però le squadracce,
quelle in sella a scooter con
le Beretta ben in vista. E
hanno cacciato chi prima
regnava nel rione. Così i
Sibillo hanno conquistato
gran parte del rione Case
Nuove, agglomerato di palazzoni
del Risanamento
nel quartiere Mercato, a
ridosso di via Marina. Hanno
allontanato da via Padre
Ludovico da Casoria quel
Salvatore Maggio che per
mesi ha dettato legge. Hanno
poi stretto accordi con
i Rinaldi (sì, quelli di San
Giovanni a Teduccio) salvo
poi imporre la loro droga, i
loro prezzi. E le loro condizioni.

Ed è in quest’ultima
fase che la diplomazia ha
ceduto il posto alle ogive
calibro 9×21 esplose contro
le auto in sosta e contro le
imposte in ferro dei bassi di
via Capasso e via Cosenz.
Caporalato dello spaccio:
20 euro per 6 ore in strada
Li chiamano i «Black» o
più volgarmente «‘e nir’».
Sono i ragazzi di colore,
profughi o richiedenti asilo
politico tutti rigorosamente
selezionati secondo il paese
di provenienza: Gambia o
Ghana. È questo che garantisce
all’organizzazione
la certezza che nessuno
di loro ambisca a scalare i
vertici della piramide del
narcotraffico.

Tunisini, algerini
e marocchini vengono
scartati. Troppo svegli,
«scetati» dicono. Ecco che
i ragazzi del Gambia, dai
19 ai 25 anni, diventano gli
operai perfetti della catena
di montaggio messa in piedi
tra via San Sebastiano
e largo Banchi Nuovi. La
droga viene prelevata da
appartamenti nella zona
di via Cesare Rosaroll e
via Cappella a Pontenuovo.
Occultata all’interno di zaini
viene poi portata ai singolo
pusher. Lavorano dalle 4
alle sei ore al giorno, fermi
all’angolo delle piazze battute
dalla movida notturna.
Pochi “pezzi” in tasca, il
quantitativo minino per non
finire in manette. Eccoli i
nuovi schiavi, quelli che al
posto dei pomodori tirano su
stecche di hashish e buste
d’erba. I nuovi soldati della
narcocamorra.

Inchiesta esclusiva di Giancarlo Palombi, Metropolis

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