«Troppi ristoratori napoletani nel centro storico di Roma: c’è probabilmente l’ombra della camorra sulla Capitale». Sono queste le parole segretario dei Radicali, Rita Bernardini, che sostiene che la camorra usi le attività di ristorazione come centri per il ricilcaggio del denaro proveniente dallo spaccio di stupefacenti. «È una valutazione personale, ne ho discusso con i compagni di partito, che hanno valutazioni diverse – continua poi – Rilevo che attorno a questi Palazzi la lingua che si parla sempre di piú è il napoletano, nei locali bar e ristoranti. Sono ingressi recenti, e centinaia di migliaia di euro sono spesi in ristrutturazioni di locali che non sono certo mal messi. Fatevi un giro nelle vie intorno al Palazzo, in via Torre Argentina o a Largo Sant’Eustachio, ad esempio, e vedrete che ci sono molti locali che sono stati rilevati, non so se dalla camorra. La cosa, da cittadina, mi insospettisce, perché non insospettisce anche i magistrati? Perché non si fanno indagini serie? Gli ingenti guadagni del mercato degli stupefacenti – è l’ultima parte del ragionamento della Bernardini – da qualche parte devono essere investiti: ho l’impressione che ci sia un riciclaggio di questi guadagni, attorno a questi Palazzi». Immediata la reazione del sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo: “Quando si evidenzia un fenomeno negativo molti hanno la brutta abitudine di far subito riferimento a Napoli. La Bernardini non ha fatto eccezione. Quasi che la droga la smerciassero solo i napoletani. Purtroppo il fenomeno è molto più grave e complesso e non lo si risolve di certo lanciando accuse generiche e razziste”. Seguono reazioni anche dal mondo politico: «Basta poi con questi luoghi comuni che il napoletano è criminale e camorrista perchè la criminalità non è che abbia una razza o una lingua particolare», ha dichiarato la Mussolini, dura la risposta anche del napoletano Bocchino, che non ha dubbi: «Quello di Rita Bernardini è un atteggiamento razzista». Arriva anche la risposta dal procuratore aggiunto di Roma nonchè procuratore distrettuale antimafia del Lazio Italo Ormanni, che in un analisi piú approfondita dichiara: «La Dda romana – spiega Ormanni – guarda con attenzione al fenomeno. Abbiamo diviso il territorio del Lazio in zone, e per ognuna di esse c’è il lavoro di due magistrati, uno esperto di reati economici come il riciclaggio e l’altro di quelli contro la persona come le estorsioni. Roma è la realtà a cui poi guardano tutti, quindi capillarmente valutata».
IL CASO BERNARDINI: L’OMBRA DEL VESUVIO SUGLI AFFARI DELLA CAPITALE
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