Assoluzione Scissionisti del clan Mallardo, l’inchiesta fa flop: ora l’accusa spera nell’Appello

Il pm della DDA di Napoli, dott.ssa  Antonella Serio, aveva invocato condanne per un totale di 102 anni di carcere. Nessuna delle sue richieste è stata accolta, tant’è che il Gup di Napoli Fabio Provvisier del Tribunale di Napoli ha assolto, nel processo in corso col rito Abbreviato, tutti gli imputati coinvolti nell’inchiesta che vedeva alla sbarra i esponenti del gruppo scissionista delle Palazzine di Giugliano accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Alla sbarra c’erano Davide BarbatoDomenico Chiariello ‘Mimmuccio’, Ernesto Cuciniello, Aniello Di Biase, Francesco Di Nardo, Giuseppe Mele ‘o chiattone e Crescenzo Panico ‘o Pippone. Un flop vero e proprio quello dell’accusa che ora spera nel capovolgimento in Appello.

Il collegio difensivo (composto dagli avvocati Celestino Gentile, Alfonso Palumbo, Michele Giametta, Salvatore Cacciapuoti, Luigi Poziello, Alessandro Caserta, Rocco Ascanio, Leopoldo Perone) è riuscito a smontare per filo e per segno le tesi dell’accusa che si era basata sulle intercettazioni ambientali contenute nell’ordinanza di custodia cautelare e alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
Gennaro Catuogno ‘o scoiattolo, invece, ha scelto di essere processato col rito Ordinario.

La storia dell’inchiesta e lo spaccio di droga

Tutto è iniziato nel 2014, quando i vertici del clan Mallardo finirono in galera. Da quel momento, approfittando del vuoto di potere, il gruppo delle Palazzine, che fino ad allora era rimasto ai margini, decise di contravvenire all’ordine del boss Ciccio Mallardo ed iniziò a vendere stupefacenti sul territorio. A coalizzarsi nel nuovo business furono diverse famiglie: i Di Biase, guidati dal boss Michele detto Paparella, il figlio Aniello, Gennaro Catuogno detto ‘o scioiattolo, i d’Alterio alias Piripicci, i De Simone, i Marano e gli Smarrazzo. Questo il nucleo del nuovo gruppo criminale che attraverso la vendita della droga ed estorsioni si è fatto largo dal 2014 ad oggi, stringendo prima un accordo con il gruppo storico dei Mallardo con cui poi è andato in contrasto scatenando una faida che ha portato ad agguati, epurazioni ed omicidi.
Il primo a cadere fu proprio Michele De Biase, sparito nell’ottobre del 2015.
La sua auto fu ritrovata nel quartiere Vasto a Napoli macchiata di sangue. Ancora oggi non c’è nessuna traccia del suo corpo. Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di fatti di sangue, intervallati da un patto di non belligeranza tra le opposte fazioni durato ben poco. I tre gruppi si misero d’accordo per dividersi le attività estorsive sul territorio, fare cassa comune e dividersi i profitti. “I Mallardo aveva tollerato l’attività del gruppo delle palazzine – scrivono i magistrati – ma ne corso del tempo si erano intensificati i contrasti per la gestione delle attività illecite e per la spartizione dei relativi proventi, frizioni che poi hanno portato alla lunga scia di sangue a partire dagli agguati a Michele di Biase, il figlio Aniello e a Catuogno”. Questi episodi delittuosi sono inquadrati dai magistrati della DDA come una vera e propria epurazione interna voluta dai vecchi boss per due motivi: sia perchè avevano violato l’ordine di spacciare a Giugliano sia perchè il boss Ciccio pare avesse paura che Michele Di Biase potesse acquisire più potere e scalzarlo nella leadership sul territorio.

Tra gli arrestati c’è anche Davide Barbato (ex del clan Mallardo): fu  arrestato a Giugliano poichè sorpreso in possesso di una pistola semiautomatica calibro 9 parabellum con matricola abrasa e 10 cartucce nel caricatore che teneva nascosta in un videoregistratore in disuso nello scantinato e sarà inviata al racis di roma per verificare il suo eventuale utilizzo in fatti di sangue o intimidazione.

Un curriculum criminale ‘di tutto rispetto’, per utilizzare un eufemisco, quello  di Domenico Chiariello, coinvolto nell’assalto al supermecato Sisa di Qualiano che portò alla morte del giovane Giuseppe D’Aniello ed all’arresto del complice Francesco Sarracino.
Il tribunale di Sorveglianza di Salerno ha concesso di poter espiare la pena residua, altri 4 anni, presso una comunità di recupero per tossicodipendenti del territorio. Nonostante le accuse pesantissime a suo carico (2 rapine aggravate, possesso e detenzione di 2 armi clandestine con matricola abrasa e ricettazione delle targhe degli scooter, ndr), lascia il carcere di Eboli.

Nel settembre del 2015 il 35enne di Giugliano fu condannato ad otto anni di reclusione dal tribunale di Napoli Nord. La richiesta del pm era stata di 12 anni di reclusione, ma il gip ritenne di applicare una pena più bassa, anche in virtù dei benefici della riduzione di un terzo prevista dal rito Abbreviato. Poi in Corte d’Appello a Napoli ha ottenuto uno sconto di pena, incassando una condanna a 6 anni ed 8 mesi di reclusione.

Ernesto Cuciniello era comunque noto alle cronache per l’arresto del 2008 quando fu arrestato per la rapina alla filiale della Banca Intesa San Paolo.

Anche Pino Mele è un personaggio noto.  Il giovane è noto per aver commesso una rapina in provincia di Treviso, insieme ad altri complici, nel quale spararono ad un gioielliere che aveva cercato di reagire ad una rapina, ferendoilo gravemente e costringendolo ad un lungo ricovero in ospedale. La vicenda, soprattutto nella zona dove avvenne il colpo, sta avendo una vasta eco mediatica perchè tutti gli autorio del colpo, sono a piede libero, a causa anche delle lungaggini della giustizia italiana. Una storia criminale che ha intrecci anche con un fatto di sangue avvenuto a Qualiano il 31 maggio del 2014, quando uno dei suoi complici nella rapina a Treviso, il 22enne Giuseppe D’Aniello, fu ucciso mentre cercava con un complice di portare via l’incasso del supermercato Sisa di via Di Vittorio, da un carabiniere libero dal servizio. Nonostante la condanna a 10 anni per il colpo in Veneto, poi ridotti a 7 anni in Appello, Mele era praticamente a piede libero, perchè non si era mai recato nell’istituto a cui era stato affidato, ma era anzi domiciliato di fatto presso una sua zia a stretto contatto con l’ambiente malavitoso nel quale era cresciuto. Cosa che poi lo aveva portato a tentare di fare il “salto di qualità” avvicinandosi ad uno dei ras locali dei Mallardo, Michele De Biase appunto, cosa che lo ha esposto poi alle indagini della polizia che lo ha fermato e braccato in questo periodo.

Francesco Di Nardo, e Crescenzo Panico ‘o Pippone erano già in cella poichè convolti nell’ordinanza a carico del gruppo delle Palazzine che portò all’azzeramento della cosca ribelle.