A Napoli, nel carcere di Secondigliano, è deceduto un giovane detenuto di appena 30 anni. A causa delle precarie condizioni di salute del giovane, condannato a 30 anni di reclusione in seguito ad alcune operazioni antimafia, era stata chiesta un’istanza di scarcerazione. I familiari della vittima vogliono capire cosa è realmente accaduto, e molto sarà chiarito dall’esame autoptico.
La vittima, come riporta GiustiziaNews24, si chiamava Cosimo Caglioti, 30 anni di Sant’Angelo di Gerocarne (nel Vibonese). Era stato condannato per l’omicidio dell’agricoltore Michele Mario Fiorillo. Avvenne il 16 settembre 2011 nelle campagne della Valle del Mesima. Il delitto scatenò la faida fra il clan Patania di Stefanaconi ed il clan dei Piscopisani.

IL PERSONAGGIO

Era detenuto per i procedimenti nati dalle operazioni antimafia della Dda di Catanzaro denominati “Gringia” e “Romanzo criminale”. Condannato a 30 anni di reclusione dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro il 20 febbraio scorso al termine del processo “Gringia”. Poi a 13 anni in primo grado dal Tribunale di Vibo Valentia nel processo “Romanzo criminale” (associazione mafiosa)
Cosimo Caglioti era stato trasferito da qualche mese nel centro clinico del carcere di Secondigliano proveniente dall’istituto penitenziario di Cosenza. Intenzionati a volerci vedere chiaro sulla morte del congiunto sono i familiari di Cosimo Caglioti appena appresa la notizia del suo decesso. L’esame autoptico servirà a capirne di più sulla scomparsa del giovane, coinvolto nella faida che ha visto il clan Patania di Stefanaconi (a cui Cosimo Caglioti era ritenuto legato avendo sua sorella Caterina sposato Nazzareno Patania) schierato contro contro il clan Bartolotta da un lato ed i Piscopisani.

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