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Due pesi e due misure, perché il rigore all’Inter ha fatto infuriare il Napoli

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Ha davvero dell’assurdo quanto sta circolando in queste ore sul tema dell’uniformità arbitrale in Serie A. Due episodi praticamente identici, a distanza di soli tre giorni, hanno prodotto decisioni opposte, alimentando polemiche e interrogativi legittimi tra tifosi e addetti ai lavori.

Nella scorsa giornata, giovedì, durante Milan-Genoa, il difensore Leo Ostigard colpisce Fullkrug in area di rigore all’87’, sul risultato di 1-0 per i rossoblù. Il contatto è un classico “step on foot”, con il piede dell’attaccante pestato dopo la conclusione. L’arbitro lascia correre e dal VAR non arriva alcun richiamo: per la squadra arbitrale il contatto viene giudicato residuale, avvenuto ad azione ormai conclusa e non tale da incidere sulla giocata.

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Tre giorni dopo, nella successiva giornata di campionato, in Inter-Napoli accade qualcosa di estremamente simile. Ancora uno step on foot, ancora a palla già giocata, ancora con dinamica quasi sovrapponibile. Ma questa volta la decisione è opposta: rigore per l’Inter. L’episodio viene ritenuto falloso, con il contatto giudicato determinante sulla caduta dell’attaccante e quindi punibile.

La domanda che rimbalza ovunque è inevitabile: qual è la ratio? Dov’è l’uniformità di giudizio?

Secondo le linee guida IFAB e le indicazioni dell’AIA, il pestone è sanzionabile se il contatto:

  1. avviene mentre l’azione è ancora “viva”;
  2. incide realmente sulla possibilità dell’avversario di proseguire la giocata;
  3. è valutato come imprudente o negligente.

In teoria, dunque, non conta solo l’esistenza del contatto, ma la sua influenza sull’azione. È su questo punto che si fondano le due decisioni: in Milan-Genoa il contatto viene considerato non determinante, in Inter-Napoli invece sì.

Il problema, però, è la percezione di incoerenza. Perché i due episodi appaiono, anche all’occhio dei non addetti ai lavori, estremamente simili: palla già giocata, dinamica quasi identica, caduta dell’attaccante dopo il contatto. A rendere il caso ancora più spinoso c’è un dettaglio che ha fatto infuriare molti: in entrambe le partite era presente lo stesso ufficiale VAR, Di Paolo. In Milan-Genoa non viene richiamato l’arbitro al monitor (AVAR Paterna), mentre in Inter-Napoli, con Di Bello al VAR e Di Paolo AVAR, l’episodio porta al penalty.

Non si tratta solo di un dibattito da bar sport. Qui è in gioco la credibilità del sistema: se due episodi pressoché sovrapponibili producono decisioni opposte, il problema non è tanto la singola scelta, quanto la mancanza di una soglia di intervento chiara e costante. Ed è proprio questo che alimenta sospetti, frustrazione e proteste, come dimostrato dalle reazioni accesissime seguite al rigore assegnato a San Siro.

La sensazione è che il regolamento lasci ancora troppo spazio all’interpretazione, soprattutto quando si parla di contatti “residuali” a palla già calciata. Finché la linea resterà così sottile e variabile, episodi come questi continueranno a dividere, facendo passare il messaggio peggiore possibile: che la stessa azione può essere fallo o non fallo a seconda del contesto, del momento e – peggio – dell’interpretazione del singolo.

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