Due reggenti scarcerati e due in cella, come cambiano gli assetti nel clan Mallardo

Con la scarcerazione recente di Giuliano Amicone, il clan Mallardo torna a comporsi di pezzi importanti dopo gli arresti eccellenti che ne avevano minato la guida. Amicone è da considerare uno dei reggenti della cosca giuglianese, così come Domenico Pirozzi, alias Mimì ‘O pesante, anche lui scarcerato nelle scorse settimane. Pirozzi fu condannato con l’accusa di appartenere alla banda del buco che terrorizzò Giugliano con rapine. Lo scorso ottobre fu condannato in Appello dala V Sez. del Tribunale di Napoli.

Altra scarcerazione eccellente era stata quella di Giuseppe Ciccarelli, ras ritenuto dagli inquirenti uno dei reggenti nel territorio della fascia costiera. Ciccarelli ottenne  l’obbligo di dimora fuori dalla regione Campania ma dopo qualche settimana è finito di nuovo in carcere per un definitivo di pena nel processo Grande Malato, nel frattempo ha ricevuto una nuova ordinanza per estorsione. E’ finito in carcere poichè coinvolto nell’omicidio Autuori in provincia di Salerno invece Stefano Cecere, accusato di aver fatto parte del commando di morte che ha ammazzato l’imprenditore.

E’ stata pubblicata la nuova relazione della Dia relativa al primo semestre del 2018.

“Per quanto riguarda il territorio dell’area giuglianese, l’Antimafia scrive: “A Giugliano in Campania si conferma la radicata presenza dello storico clan MALLARDO, nonostante l’assenza sul territorio dei capi, tutti detenuti. Il 1° giugno 2018, i Carabinieri hanno arrestato il cognato di un elemento di vertice dei MALLARDO, in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 30 maggio 2018 dal Tribunale di Napoli Nord. Il sodalizio è collegato ai gruppi CONTINI e BOSTI, dei quartieri Vasto-Arenaccia di Napoli, al clan casertano BIDOGNETTI, con proiezioni in diverse parti del territorio nazionale.
Un tentativo di rendersi autonoma rispetto ai MALLARDO è stato posto in essere dalla famiglia DI BIASE, attiva nelle zone delle c.d. “Palazzine” di Giugliano in Campania, che gestiva la vendita di sostanze stupefacenti nonostante il veto dei MALLARDO. L’iniziativa – stando a quanto si evince dall’indagine dell’Arma dei carabinieri conclusa il 9 aprile 2018 con l’esecuzione di una misura cautelare – potrebbe aver determinato gli attentati
diretti proprio agli affiliati ai DI BIASE”. 

“Un sequestro preventivo, eseguito nel giugno 2017 (Decr. seq. prev. n. 17785/14 PM, datato 12 maggio 2017, GIP del Tribunale di Napoli), di alberghi gestiti da esponenti del clan MALLARDO di Giugliano in Campania (NA), ha evidenziato investimenti del suddetto sodalizio oltreché nel suo territorio d’origine nell’hinterland casertano (ove opera d’intesa con il cartello dei CASALESI) ed in Veneto: in particolare a Verona, dove è stato individuato un albergo, ubicato nei pressi della stazione ferroviaria, gestito da una società che fa capo al clan”

Indagini pregresse hanno, tra l’altro, accertato la presenza di ramificazioni di organizzazioni camorristiche – i clan napoletani LICCIARDI, CONTINI, MALLARDO e DI LAURO, nonché quello, originario del casertano, dei CASALESI, – in particolare presso i centri della costa marittima di Trieste e Monfalcone (GO), nonché a Lignano Sabbiadoro (UD).Negli anni, nella provincia di Latina le indagini hanno fatto registrare la presenza, soprattutto sul litorale, dei gruppi campani riferiti ai BARDELLINO, ai BIDOGNETTI, ai GIULIANO, ai MALLARDO ed ai LICCIARDI. Investimenti nella Capitale son stati operati anche dal clan MALLARDO, come emerso dall’operazione “Arcobaleno”

La storia di Giuliano Amicone

 

La battaglia degli avvocati di Amicone (avv. Antonio Giuliano Russo e Antimo D’Alterio) è iniziata oltre un anno fa, quando presentarono l’istanza di attenuazione della misura cautelare a causa delle condizioni di salute precarie dell’esponente del clan detenuto nel carcere di Opera, nel Milanese. Secondo i legali il carcere non avrebbe potuto garantire una corretta alimentazione al detenuto, affetto da una malattia ai reni. Il perito nominato dal tribunale aveva confermato tale ipotesi ed i giudici decisero così di scarcerare Amicone concedendogli i domiciliari presso la sua abitazione. Il Riesame, su richiesta del pm, aveva ribaltato la decisione ma gli avvocati fecero ricorso in Cassazione annullò la decisione e rinviato gli atti di nuovo al tribunale.

Il boss fu arrestato nel febbraio del 2013. Era ricercato da oltre un anno, fu rintracciato in casa di una donna di 38 anni. I carabinieri fecero irruzione in un appartamento al terzo piano in via Oasi del Sacro Cuore, dove trovarono Amicone e la proprietaria della casa, una 38enne del luogo. Al momento dell’irruzione l’uomo non oppose resistenza, lasciandosi pacificamente ammanettare. Amicone fu coinvolto già nell’operazione Lilium messa a segno dai carabinieri del Ros, dove finirono in manette 18 persone, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata e detenzione di armi da guerra