[ESCLUSIVA]. Il suo omicidio cambiò la storia della faida di Scampia, la FOTO di Fulvio Montanino

La foto esclusiva di Fulvio Montanino

Nella storia criminale di Secondigliano è forse uno dei nomi più ricorrenti. Il suo omicidio infatti segna uno spartiacque nella camorra dell’area nord, il segno tangibile che da lì in poi niente sarebbe stato più come prima. E’ questa la storia dell’omicidio di Fulvio Montanino: del ras, indicato come il braccio destro nonché l’uomo di cui Cosimo Di Lauro si fidava maggiormente, finora non erano mai apparse foto e il suo volto era conosciuto soltanto tra chi faceva parte del ‘Sistema’ creato da Paolo Di Lauro. Un particolare che in questi anni ha alimentato molta curiosità.

La storia del suo omicidio (e di quello di Claudio Salierno, suo zio, in sua compagnia quando fu compiuto l’agguato) segna un momento imprescindibile per capire l’evoluzione storica della camorra secondiglianese. Fu un duro colpo per i Di Lauro, forse il più duro, dato che andava a colpire non soltanto un colonnello di assoluto carisma e affidabilità ma anche perchè lasciava Cosimo Di Lauro senza quel ‘generale sul campo’ a cui aveva più volte affidato ‘missioni speciali’.

Di quel duplice delitto hanno parlato in tanti a partire da Gennaro Notturno ‘o sarracino:«Verso marzo o aprile 2004 ci trovavamo nel nostro quartiere, in via Bakù , quando a miocugino Arcangelo Abete viene in mente di uccidere Fulvio Montanino. Eravamo presenti io e mio fratello Enzo». Anche Rosario Pariante addiritturà disse ai magistrati che il ‘via libera’ per quel delitto eccellente avvenne in un aula di tribunale quando affermò che «venne in aula Abete e si trattava di un fatto eccezionale dal momento che lui non si faceva mai vedere in giro. Mi fece capire che c’era tutto un gruppo di affiliati che si sentiva in pericolo rispetto a Paolo Di Lauro e ai figli. Io chiesi da chi venisse questo pericolo e feci segno mimando il gesto del codino per indicare Cosimo. Abete fece quindi cenno di sì. Con la scusa di fumare, io e i tre fratelli Abbinante ci appartammo nel ballatoio che comunica con la gabbia. Eravamo tutti d’accordo a reagire e fui io a dare l’ordine di uccidere mimando con il labiale il nome di battesimo. Dissi Fulvietto».

La vicenda processuale

Per quel duplice delitto la Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha condannato a 30 anni Cesare Pagano, Carmine Pagano, Antonio Della Corte, Arcangelo Abete, Angelo Marino, Gennaro Marino, Vincenzo Notturno Notturno e Ciro Mauriello. Sconto di pena più consistente per Rito Calzone, Francesco Barone (la cui mamma, Carmela Attrice, venne uccisa proprio nei primi mesi della faida perché non volle lasciare le Case Celesti), e Roberto Manganiello: ciascuno di loro è stato condannato a 21 anni di reclusione, a fronte del precedente ergastolo. Il collaboratore di giustizia Gennaro Notturno, che ha fatto luce su quella storia, ha ottenuto invece 18 anni di reclusione. Assolti invece i fratelli del Monterosa Antonio e Guido Abbinante. Gli Abbinante erano stati accusati di essere stati, insieme al boss poi pentito Rosario Pariante, i mandanti dell’omicidio Montanino. Il ras che era l’ombra di Cosimo Di Lauro, il ‘colonnello’ la cui morte rappresentò la prima ‘crepa’ nel cuore del clan di via Nuovca Cupa dell’Arco.