Dalle carte dell’inchiesta affidata dalla Dda al Nucleo Pef della Guardia di Finanza e al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Napoli emergerebbe un sistema di frodi assicurative e infiltrazioni negli appalti sanitari riconducibile all’area del clan Contini.
In una conversazione intercettata, parlando di una pratica assicurativa, uno degli indagati chiarisce che “la chiudiamo al dieci per cento”, questo il riferimento alla percentuale trattenuta sull’importo liquidato. In un altro passaggio – emerge dagli atti dell’indagine – si discute della necessità di “mettersi d’accordo prima con il liquidatore”, confermando l’esistenza di rapporti funzionali alla buona riuscita delle pratiche.
Infiltrazione nell’ospedale San Giovanni Bosco, i 72 indagati
Sono 72 gli indagati nell’inchiesta della DDA di Napoli che ha colpito il clan Contini, perno dell’Alleanza di Secondigliano. Il blitz è stato condotto stamattina dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli. Dalle carte della Procura, coordinata da Nicola Gratteri, spicca il nome di Maria Licciardi che ha retto l’omonimo clan fondato dal fratello Gennaro.
Le forze dell’ordine hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di Salvatore De Rosa, Pietro De Rosa, Maurizio Scapolatiello e Salvatore D’Antonio. Per i primi tre indagati è stata esclusa l’aggravante dell’associazione mafiosa
L’Alleanza di Secondigliano infiltrata al San Giovanni Bosco, i nomi dei 72 indagati
La rete del clan Contini con i professionisti
Il provvedimento del gip è stato eseguito nei confronti di tre indagati, mentre per il quarto, ritenuto legato al clan, le operazioni sono tuttora in corso. L’avvocato e i tre arrestati, secondo le indagini, avvalendosi di medici compiacenti, falsi testimoni e di perizie mendaci, gestivano il business delle truffe ai danni delle compagnie assicurative, simulando incidenti stradali. Il professionista, inoltre, è accusato anche avere tenuto i contatti tra i detenuti e le loro famiglie: a queste venivano versati gli stipendi della camorra, le cosiddette “mesate”


