“Si faceva prestare l’auto dai clienti delle piazze di spaccio” la tecnica di Marco di Lauro

Nessuna parrucca e nessun travestimento: Marco Di Lauro, nei limiti del possibile, girava nel quartiere con la complicità di insospettabili. Una vita – quasi – normale, ma da latitante quella vissuta da “f4” che, come raccontato dal pentito Salvatore Tamburrino, riusciva a spostarsi anche autonomamente con auto che riuscivano a passare inosservate. “Marco girava liberamente, aveva disponibilità macchine piccole che non davano nell’occhio, nella maggior parte a prestito momentaneo dei clienti delle piazze di spaccio. Ovviamente temevano le microspie”, ha raccontato il collaboratore di giustizia ai magistrati.

 

IL CELLULARE DEDICATO

“In questi anni, Marco mi contattava su un cellulare dedicato, solo da usare per sms, che accendevo dalle 16 alle 17 di ogni venerdì, su cui ogni tanto perveniva il messaggio di Marco il quale mi chiedeva di andare dalla sua amica”, ovvero la titolare di un negozio di Secondigliano dove venivano lasciati i messaggi e le raccomandazioni del boss. Una rete semplice che si basava sulla collaborazione di fabbri, barbieri, fruttivendoli e gente comune che aveva ormai “adottato” il boss latitante e lo proteggeva nel covo di via Emilio Scaglione. “Trovavo i pizzini che mi mandava il negozio di abbigliamento, oppure mediante il negozio di telefonia non lontano al commissariato di Secondigliano, oppure tramite mio zio Giuseppe, fruttivendolo…”, dice Tamburrino. Da latitante sarebbe andato comunque dal suo barbiere di fiducia, sempre. Nonostante la polizia lo ricercasse e lo considerasse tra i latitanti più pericolosi.

Una ragnatela di appoggi permetteva la sostanziale “liquidità” del clan che riusciva a sfuggire alle forze dell’ordine: I libri mastri del clan erano tenuti in una salumeria prima, poi da un’anonima “signorinella”.