Tredici persone sono state arrestate all’alba di domenica 22 giugno 2025 nell’ambito dell’operazione “Pomelia”, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Genova. Tra i fermati, figurano anche i promotori dell’organizzazione criminale, noti come “zia” e “zio”.
L’indagine ha permesso di smantellare un sodalizio dedito a truffe ai danni di persone anziane.
Truffe agli anziani tra Genova e Napoli, smantellata la banda: arrestati anche lo “zio” e la “zia”
Gli indagati devono rispondere di 43 episodi di truffa aggravata, di cui 28 consumati e 15 tentati, avvenuti tra settembre 2023 e marzo 2024 su tutto il territorio nazionale. Il danno economico complessivo supera i 330mila euro.
La fase finale dell’operazione ha coinvolto circa 100 carabinieri tra Genova e Napoli. I 13 arrestati, tutti originari del napoletano, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alle truffe agli anziani.
Le indagini del Nucleo Operativo di Genova San Martino, coordinate dalla Procura di Genova, hanno ricostruito una struttura criminale guidata da Antonietta Mascitelli e Alessandro D’Errico, entrambi con precedenti. Il gruppo si articolava in: Componente logistica, incaricata di fornire mezzi di trasporto, cellulari e locali adibiti a call center; Telefonisti, che identificavano e contattavano le vittime; Operativi, che si recavano di persona presso l’abitazione degli anziani per ritirare contanti e preziosi. Durante le indagini, due persone sono state arrestate in flagranza e una denunciata, evitando due truffe e recuperando circa 10mila euro.
La banda usava le tecniche del “finto maresciallo” e del “finto avvocato”
L’organizzazione usava principalmente due tecniche di raggiro: Finto maresciallo o avvocato: il telefonista informava l’anziano che un parente aveva causato un incidente e necessitava di denaro urgente per evitare guai legali. Finto parente: fingendosi figlio o nipote, il truffatore chiedeva soldi per sbloccare un pacco o completare una procedura legata a un concorso pubblico.
I carabinieri spiegano che il primo obiettivo del telefonista era ottenere la fiducia della vittima, carpendo informazioni utili come l’indirizzo e la presenza di altri familiari. Una volta convinta, la vittima veniva indotta a consegnare tutto il denaro disponibile a un complice che si presentava come conoscente del parente. Per evitare che la vittima cercasse aiuto, il telefonista la teneva costantemente impegnata al telefono fino al completamento della truffa, esercitando un controllo psicologico totale.
Il piano truffaldino e come avvenivano gli spostamenti dei “trasfertisti”
Gli organizzatori pianificavano meticolosamente ogni trasferta: i “trasfertisti” partivano da Napoli la domenica sera e soggiornavano in bed & breakfast nelle zone da colpire fino al sabato successivo. Gli spostamenti avvenivano con treni, taxi e auto a noleggio per raggiungere rapidamente le abitazioni delle vittime. Per mantenere i contatti tra telefonisti e trasfertisti, l’organizzazione utilizzava cellulari di vecchia generazione intestati a persone irreperibili o a “teste di legno”, comunicando attraverso social network e chat per eludere le intercettazioni.
La truffa iniziava con brevi chiamate a utenze fisse, note come “chiamate filtro”, per individuare persone anziane. Queste telefonate duravano pochi secondi, giusto il tempo di riconoscere la voce di una possibile vittima. Se la voce risultava idonea, il numero veniva passato ai promotori dell’organizzazione, che avviavano la truffa vera e propria fingendosi autorità o parenti. L’associazione era pronta anche in caso di arresti: forniva assistenza legale nominando immediatamente un avvocato e garantiva sostegno economico alle famiglie dei sodali fermati, rafforzando così il senso di appartenenza e protezione all’interno del gruppo criminale.