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ADDIO VINCENZO

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Era una gran bella persona Vincenzo Pirozzi. Ed ovviamente era anche una persona per bene. Ultimamente questo termine è stato un po’ distorto ed abusato, ma fino a poco tempo fa erano definite “per bene” le persone di carattere, tenaci, serie, oneste ed eppure silenziose. Orso Bianco, come lo chiamavano i suoi amici, era animato da una passione civile e sportiva riscontrabile in ben pochi altri personaggi locali. Lo conobbi più o meno una quindicina di anni fa, quando insieme a molti altri pezzi di società civile (quelle vera), fondammo un periodico locale. Ogni uscita del giornale in edicola era occasione di confronto politico e culturale a volte anche duro. Passavamo intere serate a parlare di questo o quel politico oppure dei tanti problemi irrisolti della nostra Qualiano. “Peppì vieni a ccà” mi diceva: “Parlamm nu’ poco”. Così fra il fumo delle sigarette e quello del caffè, trascorrevamo qualche ora insieme fra i marciapiedi del Bar Mimì e quelli di piazza Kennedy. “Peppino, mi raccomando scrivi cose buone” era la frase con la quale si congedava. A onor del vero debbo anche dire che alcune discussioni erano spossanti, non solo dal punto di vista verbale, ma soprattutto da quello fisico. Vincenzo, con quella bella voce roca e potente che si ritrovava, le parole le scolpiva e poi te le dava. Era duro metabolizzare taluni concetti, ma lui non sembrava dannarsi per questo. Era cocciutamente convinto di quello che pensava.

L’amore per il calcio. Non parlavamo quasi mai di calcio, semplicemente perché capisco poco del gioco del pallone. Eppure questo argomento era il suo nervo scoperto. Appena si sfiorava l’argomento diventava burbero e di colpo esclamava: “Capisci di pallone tu ?”. A volte mi raccontava delle imprese del calcio locale e sulla necessità di “dotare” finalmente anche la nostra città di una squadra forte e competitiva, guidata da una dirigenza seria che facesse veramente “il bene del pallone e dei ragazzi”. Mi raccontava della sua nostalgia del tempo che fu (gli anni 70) e della necessità di ritornare ad un calcio più pulito, disimpegnato e non più assillato da spudorati imprenditori e losche figure politiche, le quali vogliono solo “continuare a spremere un limone ormai senza più succo”. Per Vincenzo il gioco del calcio non era solo “l’oppio dei popoli”, ma era uno dei tanti mezzi per rendere (forse) gli uomini migliori : spirito di sacrificio, fare gruppo e mettersi sempre a disposizione degli altri sono regole universali che valgono sempre. Valgono nella politica, nella società e nel lavoro. Parlavamo di tante cose, forse troppe. Si discuteva dell’universo e dei suoi massimi sistemi fino al sampietrino in mezzo alla strada. Non solo discorsi esistenziali o troppo seriosi, ma facevamo anche (e soprattutto) quelli futili od inutili ed il tutto veniva proiettato poi all’orizzonte. Cercavamo, attraverso anche assurdi dialoghi, di immaginare le nostre vita e quelle delle nostre famiglie nel prossimo futuro. Lui con la sua vecchiaia (mezzo claudicante) ed io invece nella mia piena maturità e nel pieno degli anta. Per Enzo invece il destino ha voluto diversamente : gli ha staccato in anticipo e con molta fretta il biglietto per il Grande Viaggio. Addio amico mio. Solo al pensiero di uscire e non poter più incrociare il tuo sguardo serio, mi incupisco. Addio uomo semplice e persona perbene. Ci mancherai.

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