Una volta a Napoli c’era un signore, Achille Lauro, proprietario di una flotta mercantile, tra le prime del mondo, vanto e risorsa dell’Italia e del Sud, quando Napoli era seriamente e ancora capitale del Mediterraneo, non capitale – parodia o un ripetitivo e logoro spot. Un uomo che, per la sua capacità di creare lavoro, fu amato e laicamente adorato dalla città. La gente lo chiamava il Comandante perchè Lauro era un lupo di mare, ma le piaceva chiamarlo così perché egli sapeva comandare alle ciurme degli angiporti e di Palazzo San Giacomo, onorare ciò che prometteva, costasse quel che costasse anche alle proprie finanze e aveva il fegato di prendere a calci, se non toglieva da subito il disturbo, chi rubava o barava. Per questi suoi attributi, di cui la città andava orgogliosa, subito dopo la guerra, da giovane armatore, diede scacco matto a una pattuglia di sindacalisti rossi livornesi che,
con la vecchia storia della concertazione – causa originaria di una permanente disoccupazione – gli rendevano problematico il rapido recupero di una nave. Il Comandante se ne impipò di inflessibilità e concertazione, prese gli operai effettivamente, non socialmente, utili, e levò l’ancora in barba ai sindacalisti. Il suo carisma faceva il vuoto intorno. Lui non distribuiva consulenze ai parassiti ma ceffoni; odiava gli interpartitici, le maratone di parole, i trasformisti, i Follini cronici, i voltagabbana dell’Italia furbetta che vuole stare in mezzo a due altiforni. A proposito di altiforni, fu Lauro a intuire per primo la necessità della riconversione di Bagnoli, di un futuro turistico, di un decisivo e modernissimo terziario.
Purtroppo i caschi gialli e i cervelli torbidi della demagogia disfattista napoletana non vollero sentire ragioni ; e Napoli fu calata definitivamente nel quaternario. Bagnolifutura? È figlia di questi cavernicoli. La Balena bianca tentò di tutto per fare del Comandante un sol boccone, il primo grande “chef” fu Tambroni che lo defenestrò da sindaco con l’invio di un commissario a Palazzo San Giacomo: un brutto giorno che cancellò la volontà plebiscitaria dell’elettorato napoletano. Il Comandante rispose colpo su colpo ma lo Stato-partito gli riversò addosso palate di nefandezze. Furono anni di guerriglia, di canaglie e di “puttani”. Oggi finalmente riemerge la verità a lungo oscurata: non fu il Comandante responsabile del sacco edilizio di Napoli. Gli Attila, i flagelli di Napoli, sono stati i Commissari prefettizi governativi, precettati e inviati dalla Dc. L’ultima definitiva partita per spartirsi il suo impero si apre verso la fine degli anni Ottanta. Sono tempi, in cui le Partecipazioni Statali, controllano banche, mutui, fidi e confidi, prestiti volanti, panettoni e
bundìmotta, insomma fanno il bello e cattivo tempo, che oggi stiamo scontando con un debito pubblico da capogiro (dov’erano allora certi santoni di Bankitalia oggi cosi virtuosi e chiacchieroni?). Improvvisamente, dalla sera alla mattina, saltano, o meglio sono congelati, finanziamenti vitali per la Flotta Lauro. È il 1981, l’anno di loro Signori, per dirla con Silos Labyni, dei “topi nel formaggio”, dei grandi e inesorabili roditori. L’annuncio di una pesta bubbonica senza scampo. A qualche mese dal terremoto del 1980, uno sciame societario sconvolge la Flotta. Lauro. In base alla legge Prodi, quella legge dal nome dell’odierno premier, invidiatoci dall’universo mondo per la limpidezza di pensiero – il Comandante è totalmente strozzato dalle banche parastatali. Appena qualche anno prima si erano chiusi gli occhi su miliardi di fondi neri di aziende Iri; mentre ora sulla Flotta si puntano tutte le colubrine del Parastato e dei “paragnosti” bancari. A via Marittima si apre una sporca partita, un tressette a perdere sulla pelle della città, con De Mita, De Lorenzo, Pomicino e compagnia cantante al banco. Uno sporco gioco politico in cui finisce anche il vecchio e glorioso “Roma”. Che sia uno sporco gioco politico lo sancisce addirittura una pronuncia della Cassazione. Perchè questa odierna ministoria, vi chiederete? Essa vuol essere soltanto una noterella di maggior chiarezza al “fogliettone” televisivo ammannito ieri mattina sulla terza rete per la serie “Le grandi dinastie” de “La Storia Siamo Noi”. Sarà anche vero che la storia è
ciò che un’epoca giudica utile osservare di un’altra, a dire di J. Burckardt; Minoli e compagni non possono, però, pretendere di far giudicare un periodo delicato della storia recente di Napoli, del massacro della Flotta Lauro, di un genocidio giornalistico, della vita inimitabile di un grande imprenditore da un Cirino Pomicino, da un Nuccio Fava, che invece di informarsi sui danni prodotti da una schiera di Proci romani succedutisi alla Flotta Lauro, ironizza sugli accenti arbitrari del Comandante, su Penelòpe e non Penèlope. Meno che meno la si può far raccontare a una signora, come la dottoressa Valeria Marsiglia, ex commissario della Flotta, nominata dall’allora ministro dell’industria Zanone, ora Unione, che critica i politici di ieri, i responsabili di quel massacro ma, in quegli anni, quando contava, eccome, tenne sempre la bocca cucita. In conclusione la Storia non può essere fatta dai “topi nel formaggio”, da coloro che, in questo Paese, si trovano sempre dalla parte più rassicurante. In questa rivisitazione sonnacchiosa e di luoghi comuni, che Andreotti ha cercato inutilmente di eliminare, sorvolando su certe banali aneddotiche, bisogna dare atto invece, all’on. Andrea Geremicca di aver sferrato un poderoso e forse definitivo calcio alle leggende metropolitane di Francesco Rosi sul sacco di Napoli laurino, di cui altri hanno la paternità. Mentre va molto apprezzata e meditata la riflessione di Marco De Marco, che ancora una volta si dimostra giornalista di grande nitore morale e intellettuale, ricordando con forza ai sordi di ieri e di oggi che Lauro dopotutto amministrò per soli cinque anni, per giunta, gli anni di un dopoguerra ancora ferito a morte; mentre tiene a precisare che sono ben altri il peso, la gravità e le colpe del perdurante sacco trentennale razionalmente imposto e perpetrato ai danni della nostra sventurata città. Infine ci ha molto sorpreso l’abbaìno riservato ad Antonio Guizzi nel “fogliettone televisivo” di Minoli.
Conoscendo molto bene quel che Guizzi pensa e scrive da secoli su tutte le scelleratezze edilizie di Napoli, dobbiamo pensare che alla “Storia Siamo Noi” c’è un grande maestro di “tagli” che supera Padoa Schioppa.
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