Ucciso e sepolto ad Arzano, un secolo di carcere per i killer di D’Andò

Un secolo di carcere in cinque. A tanto ammontano le condanne inflitte in Corte d’Assise d’Appello di Napoli (terza sezione, presidente De Balzo) per i tre ras scissionisti imputati nel processo relativo all’omicidio di Antonino D’Andò. L’uomo, fedele all’ala militare facente capo a Raffaele Amato, attirato in trappola e ucciso dai suoi ex sodali. Dopo l’omicidio vi fu il sotterramento del corpo in un terreno di campagna nei pressi di Arzano. Corpo poi fatto ritrovare dai suoi stessi assassini con il gip che decise di tenere conto del contributo offerto dagli imputati. Confermate dunque le condanne già comminate in primo grado per gli esecutori dell’omicidio D’Andò: vent’anni ciascuno per Mariano Riccio (difeso dagli avvocati Domenico Dello Iacono e Emilio Martino), Giosuè Belgiorno (difeso dall’avvocato Raffaele Chiummariello), Mario Ferraiuolo (difeso da Massimo Autieri), Ciro Scognamiglio (difeso dall’avvocato Mariapia Anastasio) e Emanuele Baiano (difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono).

 

La guerra interna agli Scissionisti e l’omicidio di D’Andò

Il primo a parlare di quell’omicidio eccellente fu Michele Caiazza nipote dello stesso D’Andò. «Il giorno della scomparsa di mio zio andai a colloquio in carcere da mio padre. Poi sono a Melito ho incontrato Mariano. Ad un certo punto Mariano mi disse di uscire fuori con lui e ci avviammo lungo la campagna, Mariano mi disse che già dalla mattina voleva parlarmi ma non era stato possibile perché io ero al colloquio in carcere con mio padre. Mariano precisò che voleva parlare con me prima dei fatti che erano successi perché noi Caiazza eravamo la sua famiglia. A quel punto mi disse che mio zio era morto. Giunti a casa Mariano disse di aver fatto uccidere D ‘Andò perché quest’ultimo si era appropriato di soldi della famiglia». Un omicidio, quello di D’Andò dovuto essenzialmente alle rivalità in atto nel fronte scissionista tra la fazione Pagano e quella degli Amato. Quest’ultima, cui D’Andò apparteneva, non vedeva di buon occhio la leadership di Riccio.

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