Una nuova e clamorosa ricostruzione emerge dall’inchiesta della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco. Al centro ci sono le analisi effettuate nel 2007 dai Ris di Parma sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, i carabinieri del Ris avrebbero saputo già allora che due successive verifiche sul materiale genetico avevano dato esito negativo, senza che quei risultati fossero mai inseriti nel fascicolo dell’indagine. Lo riporta Il Corriere della Sera.
Il caso riguarda il campione denominato «bu_p», ottenuto dall’unione di due prelievi effettuati sui pedali della bicicletta Umberto Dei sequestrata a Stasi. Il primo esame, eseguito dopo l’estrazione e la quantificazione del materiale, era risultato negativo perché «inibito». Il 19 settembre 2007, dopo una procedura di purificazione, una nuova quantificazione aveva invece indicato 2,78 nanogrammi di Dna, un valore ritenuto particolarmente elevato. Quel materiale genetico risultò sovrapponibile a quello di Chiara Poggi. Il giorno successivo, però, sarebbero stati effettuati altri due test di verifica, entrambi con esito negativo. Di queste analisi, secondo quanto emerso dai nuovi accertamenti della Procura di Pavia, non sarebbe rimasta traccia negli atti dell’epoca e i risultati non sarebbero mai stati comunicati agli inquirenti che conducevano l’indagine.
La nuova ricostruzione è stata possibile grazie ai cosiddetti «raw data», i dati grezzi delle apparecchiature utilizzate nei laboratori dei Ris. La Procura di Pavia ne è entrata in possesso il 6 novembre 2025, recuperando i registri informatici relativi alle analisi eseguite. Proprio da quei dati sarebbe emersa l’esistenza delle due verifiche negative del 20 settembre 2007.
La questione assume un peso particolare perché il Dna rinvenuto sui pedali fu utilizzato nell’inchiesta come uno degli elementi che contribuirono al fermo di Stasi, disposto il 24 settembre 2007. Il provvedimento, tuttavia, non venne convalidato dalla gip di Vigevano Giulia Pravon, che il 28 settembre dispose la scarcerazione dell’allora fidanzato di Chiara Poggi. Nel corso dei successivi procedimenti giudiziari, il materiale genetico sui pedali continuò comunque ad avere un ruolo importante. La condanna definitiva di Stasi a 16 anni di carcere si fondò anche su questo elemento.
Ora la Procura di Pavia sta cercando di chiarire come sia stato possibile ottenere risultati così differenti sullo stesso campione. Una delle ipotesi già presa in considerazione dagli inquirenti è che il valore di 2,78 nanogrammi possa essere stato determinato da un errore nella registrazione dei dati oppure da uno scambio di provette. Il campione, infatti, risultava sovrapponibile «ai decimali» a quello del reperto 29, relativo al cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi «per fare colazione».
Gli accertamenti sono stati svolti anche dai consulenti della difesa di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, che hanno affidato una consulenza ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello. Parallelamente, anche la Procura ha effettuato proprie verifiche per ricostruire l’origine dei risultati.
Nei giorni scorsi sono stati ascoltati alcuni militari che all’epoca lavoravano al Ris di Parma. Venerdì è stato sentito anche l’ex comandante Luciano Garofano, che guidava il reparto nel periodo delle analisi. Secondo l’attuale ricostruzione della Procura, dunque, qualcuno avrebbe deciso di ripetere i test dopo aver rilevato l’anomalia del risultato ottenuto il 19 settembre. Le due verifiche successive avrebbero dato esito negativo, ma non sarebbero mai state riportate negli atti dell’indagine.
Per la difesa di Stasi, quei risultati rappresentano una possibile «nuova prova» da utilizzare nell’ambito della richiesta di revisione del processo. La valutazione spetterà ora agli organi competenti, mentre la Procura di Pavia prosegue gli accertamenti per ricostruire cosa accadde nei laboratori dei Ris nel settembre del 2007. L’inchiesta punta quindi a chiarire un punto centrale: quale sia l’effettivo significato di quel campione di Dna e perché le due verifiche successive, entrambe negative, non siano mai emerse nel procedimento giudiziario che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.


