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L’ex signore della droga colombiano Juan Carlos Ramirez Abadia detto “Chupeta”, chiamato a deporre davanti alla Brooklyn Federal Courthouse nel processo a El Chapo, ha svelato molti dettagli sulla sua alleanza con il capo del cartello messicano. Arrestato nel 2007, il capo del cartello colombiano Norte del Valle è in carcere per traffico di cocaina ed eroina e riciclaggio di denaro, attività che gli avrebbero fruttato una fortuna stimata in quasi due miliardi di dollari dal Dipartimento di Stato americano. Si è presentato in tribunale con i lineamenti cambiati da almeno tre interventi di chirurgia estetica che hanno alterato – si legge su Rai News 24 – ha spiegato ai giudici, “mascella, zigomi, occhi, bocca, orecchie, e naso”, tanto che dopo l’arresto in Brasile gli investigatori hanno dovuto usare una tecnologia di riconoscimento vocale per identificarlo.
Alla giuria Ramirez Abadia ha detto di aver corrotto le autorità in Colombia per eliminare tracce della sua presenza da qualsiasi casellario giudiziario. In 20 anni di “carriera”, ha stimato di aver contrabbandato 400 mila chili di cocaina e di essere il mandante di almeno 150 omicidi. Dopo l’arresto, è stato estradato negli Stati Uniti. si è dichiarato colpevole di omicidio e narcotraffico e ha accettato di diventare un testimone del governo nei principali processi a carico dei narcotrafficanti. Nella sua deposizione ha raccontato di un incontro in un hotel messicano proprio con El Chapo dove sarebbe stato siglato l’accordo tra i due cartelli, quello colombiano e quello di Sinaloa per portare per via aerea la coca a Los Angeles e New York.
Tra i testimoni chiamati a deporre, anche Jesus Zambada, uno degli uomini più fidati del cartello di Sinaloa, che ha svelato alcuni particolari su una faida tra clan alleati. El Chapo avrebbe fatto uccidere il fratello di un boss perché non gli aveva stretto la mano al termine di un incontro, episodio che diede inizio a una lotta interna nella quale perse la vita anche uno dei fratelli dello stesso Guzman.
Fu sempre Zambada a occuparsi di pagare un ufficiale dell’esercito per evitare la cattura del Chapo, latitante tra il 2001 e il 2014. In cambio fu invitato con la sua famiglia nella dimora segreta di Guzman che gli mostrò le sue armi tra cui un bazooka e la calibro 38 con il manico incastonato di diamanti e le iniziali di El Chapo. Le accuse I pubblici ministeri accusano Guzmán di aver fatto entrare negli Stati Uniti 150 tonnellate di cocaina, ma i suoi avvocati sostengono che si tratti di un equivoco e che El Chapo non sia mai stato il boss della principale banda di narcotrafficanti del Messico. Intanto, si legge sull’Economist, che sono in molti a pensare che la cattura del Chapo e di altri grandi boss del narcotraffico abbia prodotto un inasprimento della violenza in Messico con un tasso di omicidi che nel 2017 ha toccato livelli record, che probabilmente saranno superati nel 2018. Adesso la palla passa al neopresidente del Messico Andrés Manuel López Obrador che si insedierà ufficialmente il 1 dicembre.
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