Faida nella Scissione. «Prima gli urlò in faccia poi gli ruppe la testa», il macabro retroscena dell’omicidio D’Andò

E’ stato Giovanni Illiano a spiegare ai magistrati cosa accadde ad Antonino D’Andò che pagò con la vita la sua fedeltà a Carmine Amato, nipote del boss scissionista Raffaele. Il corpo dello scissionista è stato trovato qualche giorno fa in un terreno di Arzano dopo che quattro ras degli Amato-Pagano avevano chiarito di essere in grado di mettere la parola fine ad un mistero durato otto anni. Illiano, uno dei primi a parlare di quella vicenda, ha raccontato che a raccontargli di quel delitto fu Mario Ferraiuolo:«Mi prese in disparte durante un matrimonio e mi disse di aver sotterrato Tonino. Poi mi disse pure di avergli spappolato la testa con un badile, urlandogli contro che non avrebbe dovuto rubare i soldi della famiglia, facendomi intendere che era quello il motivo per il quale era stato ucciso».

Le dichiarazioni sono contenute in un verbale di oltre due anni fa, rivelazioni che hanno poi portato all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per sette persone tra cui quello che è indicato come il mandante dell’omicidio ossia Mariano Riccio, a capo della fazione maranese degli Amato-Pagano contro i ‘melitesi’ capeggiati da Rosaria Pagano e Renato Napoleone. Il provvedimento ha interessato anche Emanuele Baiano, i due Giosuè Buongiorno, Mario Ferraiuolo, Giuseppe Parisi e Ciro Scognamiglio. D’Ando’ fu liquidato perchè rappresentava gli Amato e in particolare Carmine, nipote del boss Raffaele detenuto al carcere duro e possibile rivale di Riccio nella sua scalata al vertice del clan