Gloria, l’ultima chiamata dalla Grenfell Tower. La madre: «Attaccò per non farci sentire che stava morendo»

L’ultima mano tesa a distanza, da una trappola infernale lontana, e insieme l’estremo gesto di pietà verso i genitori. È una telefonata da far ghiacciare il sangue nelle vene, durata 22 minuti e interrotta solo per evitare che i genitori la sentissero morire, quella in cui si consumò il 14 giugno 2017 l’addio di Gloria Trevisan, ragazza veneta morta a 26 anni nel rogo della Grenfell Tower di Londra con il fidanzato Marco.

Uno scampolo di tragedia narrato nella testimonianza scritta inviata da sua madre, Emanuela Disaro, alla commissione d’inchiesta britannica impegnata da mesi a cercare di far luce su quella tragedia passando in rassegna il dolore e le storie dei superstiti e dei familiari delle 72 vittime, oltre che le deposizioni dei soccorritori e di quei manager, amministratori locali e politici a cui molti imputano responsabilità pesanti dietro un disastro colorato di vergogna. Nella sua missiva, ripresa oggi con evidenza dai media del Regno Unito, la mamma di Gloria ricorda quei minuti come un incubo irrimediabile, nei quali dovette sopportare la prova disumana di udire la figlia passare «dal panico, al terrore, alla consapevolezza e infine alla rassegnazione».

Emanuela Desaro non si risparmia nulla: la memoria delle grida della ragazza, il suo incoraggiamento e quello del marito a cercare una via di fuga, la testarda convinzione che la salvezza in qualche modo sarebbe arrivata, sino al momento della resa a un destino atroce. Il momento in cui fu chiaro a entrambe che le squadre dei vigili del fuoco avevano ormai rinunciato a raggiungere i piani alti di quella torcia di cristallo, non ce l’avrebbero fatta, non in tempo almeno, e che davvero «non c’era più speranza». Le ultime parole di Gloria, partita con Marco dall’Italia alla volta della Gran Bretagna con in testa il mito di Londra e in tasca il sogno di un futuro professionale migliore da giovani architetti, rivivono nella lettera come in un’eco lancinante: «Se il fuoco arriva qui mi butto dalla finestra, te lo giuro mamma, sono nel soggiorno e vedo fiamme dappertutto, stiamo solo aspettando».

«Non ci credo che debba finire così – prosegue la voce della figlia nella memoria della madre, decisa a serbarne ogni sillaba anche a costo di continuare a infierire sul proprio cuore – non ci voglio credere». La conversazione, registrata dai genitori, viene descritta nei dettagli. Come fosse in presa diretta, in quei minuti in cui Grenfell Tower – grattacielo popolare di 24 piani amministrato al risparmio e con manutenzione scadente ai margini dei quartieri del lusso di Kensington e Chelsea – bruciava nella notte senza rimedio. A un certo punto Emanuela rievoca la terribile sensazione di «impotenza». Gloria voleva interrompere la comunicazione mentre le prime lingue di fuoco entravano da una finestra: «Ma io le ho detto, ‘No, non voglio, passami Marcò». Marco Gottardi era però in linea con il padre, anche lui costretto a prendere congedo da suoi attraverso un ricevitore, «mentre lei continuava a dirmi di non riuscire a respirare».

Fino a quell’immaginario clic finale imposto dalla ragazza, fattasi consolatrice in un’estrema inversione di ruoli, per risparmiare alla madre almeno il peso contro natura di dover ‘ascoltarè la morte di un figlio: «Mi disse che le dispiaceva per noi, ma che adesso voleva restare con Marco, che era tempo di dirsi addio, di essere forti». L’immagine di un abbraccio, prima del silenzio