Si chiude con un totale di 111 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione il primo grado del procedimento con rito abbreviato scaturito dall’inchiesta denominata “Processo Milord”, che ruota attorno ai presunti intrecci tra politica, imprenditoria e camorra nel territorio di Giugliano.
La sentenza è stata pronunciata dal Gup del Tribunale di Napoli Leda Rossetti, al termine del giudizio celebrato nei confronti dei 16 imputati che avevano scelto il rito abbreviato. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dal sostituto procuratore Ilaria Sasso del Verme, mira a fare luce su un presunto sistema di rapporti illeciti che, secondo l’accusa, avrebbe coinvolto esponenti dell’imprenditoria e della politica locale in relazioni con il clan Mallardo, storicamente radicato nell’area giuglianese.
Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero aveva chiesto complessivamente 169 anni di carcere per gli imputati. La sentenza ha ridimensionato in diversi casi le richieste dell’accusa, pur confermando numerose responsabilità contestate dalla Procura antimafia.
Le condanne
Queste le pene inflitte dal Gup:
- Andrea Abbate: 10 anni (richiesti 16 anni);
- Francesco Abbate: 8 anni e 4 mesi (richiesti 13 anni);
- Alberto Amicone: 1 anno (richiesti 8 anni);
- Giuliano Amicone: 10 anni e 20 giorni (richiesti 14 anni);
- Gaetano Diana: 4 anni e 5 mesi (richiesti 8 anni);
- Domenico Fuso: 8 anni e 20 giorni (richiesti 11 anni);
- Nicola Felaco: 4 anni e 8 mesi (richiesti 9 anni);
- Francesco Fusco: 9 anni (richiesti 12 anni);
- Vincenzo Legorano: 8 anni e 4 mesi (richiesti 11 anni);
- Francesco Mallardo: 6 anni e 8 mesi (richiesti 12 anni);
- Domenico Micillo: 8 anni (richiesti 10 anni);
- Angelo Pirozzi: 11 anni (richiesti 11 anni);
- Domenico Pirozzi: 11 anni e 4 mesi (richiesti 16 anni);
- Vincenzo Strino: 8 anni e 4 mesi (richiesti 10 anni);
- Nicola Napolano: 2 anni (in linea con la richiesta della Procura).
Assolto Stefano Cecere, per il quale il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a sei anni di reclusione.
L’inchiesta della DDA
L’indagine trae origine dalla vasta operazione eseguita nel febbraio 2025 dai Carabinieri del Ros, che portò all’arresto di 25 persone: venti furono condotte in carcere e cinque poste agli arresti domiciliari. Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, estorsione, tentata estorsione, usura, trasferimento fraudolento di valori, corruzione e altri delitti aggravati dal metodo mafioso.
Secondo l’impianto accusatorio, le attività contestate sarebbero state finalizzate ad agevolare il clan Mallardo. Parte dei proventi illeciti, secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, sarebbe confluita nella cosiddetta “cassa comune” dell’organizzazione, destinata al mantenimento degli affiliati detenuti e delle loro famiglie. Le risultanze investigative delineano inoltre un presunto intervento del clan nella gestione di controversie tra privati e una capacità di influenza sulle attività dell’amministrazione comunale, fino a incidere – secondo l’accusa – sulla campagna elettorale per le elezioni amministrative di Giugliano del settembre 2020.
Oltre 111 anni di carcere complessivi
La sentenza pronunciata dal Gup Rossetti ha portato a un totale di 111 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione per i 15 imputati condannati. Un risultato inferiore rispetto alle richieste formulate dalla Procura antimafia, che aveva chiesto complessivamente 169 anni di carcere, ma che conferma gran parte dell’impianto accusatorio emerso nel corso delle indagini.
Il collegio difensivo
Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Matteo Casertano, Giuseppe Stellato, Luigi Poziello, Giovanni Lo Russo, Antimo D’Alterio, Michele Giametta, Antonio Russo, Giuliano Russo, Sergio Aruta, Salvatore Cacciapuoti, Luca Gili, Nicola Quatrano, Stefano Montone, Giuseppe Foglia, Luigi Senese, Alfonso Palumbo, Alba Lopez Tercero Montero, Celestino Gentile, Marcello Severino e Andrea Pirozzi.
La vicenda giudiziaria non si conclude con la sentenza di primo grado. Dopo il deposito delle motivazioni, le difese potranno impugnare il verdetto davanti alla Corte d’Appello, aprendo una nuova fase processuale in una delle più rilevanti inchieste antimafia degli ultimi anni sul territorio di Giugliano.


