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Uccisi a 17 anni come due boss

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CASTELVOLTURNO. Li hanno attirati in una trappola. Poi li hanno uccisi eseguendo una sentenza di morte molto probabilmente decisa altrove. Ma questa volta le vittime non sono dei camorristi. L’unico precedente che li ha visti coinvolti l’anno scorso, una rissa con sparatoria a Casal di Principe, costò loro una pena inflitta dal Tribunale dei minori. A cadere sotto i colpi di pistola sono due ragazzi, appena diciassettenni: Giuseppe Maisto, di San Cipriano d’Aversa, e Romeo Pellegrino, originario di San Marcellino ma domiciliato a San Cipriano, fino a febbraio ospiti di una casa di accoglienza dove hanno scontato una pena per minacce aggravate dall’uso delle armi. I killer li hanno giustiziati in un viottolo di campagna a pochi passi dall’oasi dei Variconi e a circa duecento metri di distanza dall’area dove si svolge il mercato. Una missione di morte compiuta tra la tardissima serata di venerdì e l’altra notte. Un’esecuzione feroce. Le vittime, molto probabilmente arrivate lì con l’auto degli assassini, non hanno avuto scampo. Giuseppe è stato raggiunto da due colpi di pistola calibro nove, di cui uno alla testa. Romeo, ritrovato a una quarantina di metri di distanza dal suo amico, invece, è stato centrato da tre proiettili, esplosi anche questi da una calibro nove. Vano il suo tentativo di fuga.
Ad accorgersi dei loro corpi è stato un contadino della zona. Subito dopo sono arrivati i carabinieri della locale stazione e quelli delle compagnie di Mondragone e Casal di Principe. A coordinare le indagini, seguite dal capitano Claudio Rubertà della compagnia di Mondragone, il comandante provinciale Paolo Pelosi e il comandante del reparto operativo Ottavio Oro. Sul posto non sono state trovate armi. E neppure auto o scooter. Circostanze che avvalorano l’ipotesi che le vittime non erano armate e che lì siano giunte con l’auto dei killer. Il primo a essere stato identificato è Romeo, l’unico trovato in possesso di documenti personali. Per risalire a Giuseppe, invece, sono state necessarie un paio di ore di indagini e la comparazione delle impronte digitali per dare conferma ai primi sospetti. Era senza documenti e con il volto sfregiato, un taglio dall’orecchio alla guancia destra. Forse un segnale che i carabinieri stanno provando a interpretare anche se non è da escludere che il volto possa essere stato devastato dai cani randagi. Giuseppe e Romeo nell’agosto dello scorso anno rimasero coinvolti in una rissa, scoppiata per futili motivi e terminata con una sparatoria. Furono condannati per minacce nei confronti di tre ragazzi. Nessun legame con i clan camorristici. La pista privilegiata dagli inquirenti al momento sembra essere quella della vendetta per uno sgarro anche se non si escludono altre ipotesi.
Il padre di Giuseppe, Giacomo Maisto, ex affiliato alla cosca Caterino-De Falco, negli anni Novanta era stato collaboratore di giustizia. Fu sottoposto anche a un programma di protezione fino a quando non smise di collaborare. Il figlio Vincenzo, fratello di Giuseppe, fu ammazzato nel dicembre del ’92. Precedenti che comunque non sarebbero legati al duplice omicidio. Chi ha deciso di uccidere i due diciassettenni probabilmente lo ha fatto per punire uno sgarro. Una punizione senza appelli sul cui movente saranno le indagini a fare chiarezza. Chi ha scelto Castelvolturno, o meglio una strada interpoderale distante dal centro abitato, probabilmente lo ha fatto anche per depistare le indagini. Fino alla serata di ieri non sono stati effettuati fermi anche se i carabinieri, che hanno ascoltato i familiari delle vittime, stanno ricostruendo le ultime ore di Giuseppe e Romeo. Decisivi potrebbero risultare anche i tabulati telefonici.


ANDREA FERRARO






Bulli di paese, cresciuti con il mito delle armi



di RAFFAELE INDOLFI



Castelvolturno
. La sera del 18 agosto dell’anno scorso, i due diciassettenni trovati barbaramente uccisi ieri in un prato non lontano dallo spiazzo del mercatino, erano stati loro a sparare. E solo per un fortunatissimo caso non provocarono vittime. Lo fecero non lontano da Castelvolturno, lungo il corso che unisce San Cipriano d’Aversa a Casal di Principe. E non per intimorire soltanto tre loro coetanei che avevano avuto il torto d’intervenire in difesa di due ragazzine che i due infastidivano ormai tutte le sere. Romeo Pellegrino e Giuseppe Maisto, per far vedere chi erano, quella sera non si limitarono alle minacce verbali, non si fermarono alle parole grosse, come facevano di solito, ma tirarono fuori addirittura una mitraglietta e spararono a raffica contro quei tre che avevano osato affrontarli.
Quella volta non esplosero i colpi in aria per spaventarli. I proiettili, come accertarono i carabinieri, erano stati sparati ad altezza d’uomo, per uccidere. Solo per caso non ci furono feriti fra i ragazzi, ma anche fra la gente che la sera del 18 agosto affollava il corso che unisce i due paesi, feudo di uno dei clan della camorra più agguerriti e sanguinari, ma che da tempo, da quando l’offensiva dello Stato si era fatta sentire anche da queste parti, aveva scelto la linea del silenzio, ponendo un alt agli omicidi e alle sparatorie.
Un silenzio rotto solo in questi giorni, quarantott’ore prima della scoperta dei corpi massacrati di quei due bulletti di paese che, a sedici anni, non avevano esitato a sparare con una mitraglietta contro dei ragazzi della loro stessa età e che, a diciassette, sono rimasti, a loro volta, vittime di una barbarie dalla quale nessuno ce l’ha fatta a salvarli. Non la scuola, che avevano mal frequentato, nè lo Stato che pure dopo la sparatoria del 18 agosto non era riuscito, purtroppo, a fare molto di più per il recupero di quei due bulletti di paese, che pensavano di farsi largo nella vita con le armi in pugno. Qualche mese in una comunità dove erano finiti dopo la condanna a due anni subita dopo la sparatoria non poteva certo bastare a far loro cambiare vita e, soprattutto, mentalità. L’inchiesta che dovrà accertare perché siano stati uccisi è appena cominciata. Ma è certo che la società deve interrogarsi sul perché sia successo. A dirlo con la voce rotta dall’emozione è don Ernesto, il parroco della chiesa madre di Castelvolturno, quella dedicata a San Castrese, il patrono del paese. «È la strage – dice – dei giovani. Adesso non c’è più limite alla crudeltà. Che fa la società? Che facciamo noi per impedire tutto questo? Mi sento responsabile. Sono anch’io colpevole e chiedo perdono a Dio. Ma non basta contrirsi, flagellarsi, dobbiamo fare tutti qualcosa perché questi fatti tremendi non si ripetano più, a cominciare dalla Chiesa. Se questi fatti succedono vuol dire che nessuno di noi fa abbastanza. Dobbiamo muoverci, svegliarci, quando si uccidono i giovani vuol dire che siamo arrivati al punto di non ritorno, perchè con loro si uccide la speranza del futuro».
Condivide la parole di don Ernesto il sindaco di Castelvolturno, Antonio Scalzone, che invita i sindaci della zona a mobilitarsi contro la minaccia camorrista. «O scacciamo i boss, o per salvare i nostri figli – dice – è meglio andare via noi da questa terra violenta e maledetta».

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CAMORRA SPIETATA




di VINCENZO AMMALIATO


Castelvolturno
. La strada sterrata dove sono stati trovati i corpi dei due giovani è praticamente una mulattiera, usata da alcune aziende bufaline per transitare con le proprie bestie; una viuzza stretta con un’alta cunetta di terra ad un lato e la sponda del fiume Volturno dall’altro. La via porta all’Oasi naturalistica dei Variconi e alla zona dove si tiene il mercato comunale. Ed è proprio dalle bancarelle del mercatino del sabato che la notizia del duplice omicidio si è diffusa in paese nelle prime ore della giornata.
Ovviamente sgomento fra la gente del posto e gli operatori e clienti del mercato ma anche distacco, quasi indifferenza. Sul luogo della duplice, spietata esecuzione di camorra gli inquirenti, impegnati a dare un’identità alle vittime e a cercare e i primi indizi per risalire alla dinamica del duplice omicidio, non hanno dovuto faticare per tenere lontano i pochi curiosi accorsi. Al mercato, poco distante, si continuava a lavorare quasi come non fosse accaduto niente. Meraviglia mista a curiosità invce fra le famiglie che abitano le poche case a ridosso della zona ma nessuno parla.
Difficile raggiungere quella viuzza per chi non è pratico del quartiere, lì è facile perdersi o arenarsi con l’auto nel fango. «Di tanto qui si vede qualche tossicodipendente che consuma le sue droghe o qualche automobile rubata abbandonata dai ladri – dice un abitante della zona – ma fatti di cronaca come questi non erano mai successi prima». Anche al comando di polizia municipale sono sorpresi, nessuno aveva mai pensato che la zona dove sono stati ritrovati i corpi senza vita dei due ragazzi potesse trasformarsi in un luogo quasi ideale per opmicidi di camorra: «Ma è un’area buia ed isolata che si presta ad azioni criminose – dicono i vigili urbani di Castelvolturno – anche se il quartiere Scatozza è relativamente tranquillo dal punto di vista della delinquenza. Mai ci saremo aspettati che accadesse lì un episodio tanto spietato e per di più con due giovani vittime».
Il duplice omicidio trova subito un’eco nelle parole di padre Ernesto Branco, parroco della chiesa San Castrese di Castelvolturno. È lui ad ammonire chi si sente lontano da questi episodi. Per il religioso, fatti come quelli della foce del Volturno sono figli della società malata in cui viviamo e di cui dobbiamo sentirci tutti responsabili.
«Questa giustizia di Erode – aggiunge padre Ernesto – colpisce sempre persone più giovani, perché tende ad eliminare possibili concorrenti; c’è in atto una sorta di guerra preventiva».




Don Ciotti: il silenzio è nemico della legalità




di LORENZO IULIANO





«Di fronte a tanta violenza non è possibile solo provare sofferenza, inquietudine, stupore, ma occorre il morso del più, bisogna chiedersi sinceramente quali sono le responsabilità di ognuno di noi, senza accontentarci delle risposte che vengono più facili».
La voce affaticata di don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera (l’associazione di associazioni contro le mafie) non è mai troppo stanca per frustare la provincia di Caserta, la zona che lui ha finito per adottare nel suo impegno di nomade dell’antimafia.
«Sono sconvolto dalla catena di episodi di sangue – dice – Nonostante l’impegno quotidiano di tanti che a livelli diversi si spendono per il territorio casertano, l’esplodere di tanta violenza richiama tutti, lo Stato e i cittadini, a fare di più, con coerenza».
Don Ciotti offre le cifre della disfatta: «Negli ultimi cinque anni in Italia ci sono stati 700 morti di mafie, la guerra è in atto e Caserta è protagonista in Campania, insieme con ampie zone della Calabria e della Sicilia. E l’Italia che fa? Semplicemente non ne parla, non se ne occupa, non diventano questione nazionale: il nostro Paese delega e rimuove, ma il silenzio è il peggior nemico della legalità e del cambiamento».
Terra di Lavoro ha attraversato una settimana di orrore, cominciata alle 19,30 di mercoledì, quando i carabinieri del Gruppo di Aversa ritrovano il cadavere senza testa di Carlo Cirillo, il candidato di Pompei misteriosamente ucciso e scaricato sul ciglio della Nola-Villa Literno, tra Aversa e Frignano. E appena due ore dopo, a pochi chilometri di distanza, viene gambizzato un netturbino di Trentola Ducenta, Domenico Costanzo, contro il quale è esploso un intero caricatore, con ben 14 colpi che gli si conficcano nelle gambe.
Non passa una giornata senza spari e giovedì alle 13,30 si apre di nuovo anche il fronte di camorra a Villa Literno, dove Antonio Di Fraia, 19 anni legato al clan Tavoletta, viene falciato dal kalashnikov e dalle pistole dei Bidognetti, all’interno della sua auto, davanti alla sua abitazione e sotto gli occhi del padre, ferito di striscio a un piede.
Non si è ancora spenta l’eco dell’orrore della superstrada, che nella serata di giovedì viene ritrovato nelle campagne di Capua il corpo di una prostituta, in avanzato stato di decomposizione. E torna l’incubo del serial killer, con le indagini chiamate ad affrontare i casi delle altre quattro prostitute uccise in meno di un anno in Terra di Lavoro. E ieri è toccato a due minorenni rimanere vittime del piombo a Castelvolturno.
Don Ciotti riprende: «La storia della lotta alle mafie in Italia è costellata di morti di minorenni e anche di donne. Caserta ha immediatamente bisogno di raccogliere il frutto di questi anni recenti di impegno antimafia, che pure c’è stato nel mondo sindacale, nelle scuole, nelle chiese, nel grido di tanti amministratori pubblici, che chiedono attenzione a questo Sud. Eppure non si è ancora concretizzato in un’inversione di tendenza».
E stamattina, in occasione della Pentecoste, il vescovo di Aversa, Mario Milano, pronuncerà una supplica allo Spirito santo, «contro il degrado morale e la dilagante cultura di morte e violenza, per tornare a far prevalere la vita», sottolinea il presule.





IL MATTINO ED. NAZIONALE E CASERTA 30 MAGGIO 2004

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