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«DISOCCUPATI ORGANIZZATI. CON LA CAMORRA»
Le liste dei senza lavoro: tra formazione, politica e malavita

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L’INCHIESTA. Nei palazzi che contano, a qualcuno hanno cominciato a fischiare le orecchie. Da quando il boss Salvatore Giuliano, fratello di Loigino di Forcella, ha cominciato, il sette ottobre scorso, a raccontare la “sua” verità sulla camorra napoletana, non tremano solo gli ambienti criminali. Un fremito percorre, da alcune settimane, anche i salotti buoni della politica. Giuliano è stato esplicito e avrebbe fatto nomi e cognomi. La camorra sarebbe riuscita a mettere le mani sul fiume di denaro pubblico che da anni arriva a Napoli dietro le enigmatiche voci di spesa legate alla formazione professionale e all’inserimento lavorativo dei disoccupati. Nei verbali contenenti le dichiarazioni di Giuliano raccolti dai pm della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli ci sono riferimenti precisi: progetti, linee di finanziamento, nomi e cognomi. La Procura, naturalmente, ha fatto scendere un’assoluta riservatezza sul contenuto delle dichiarazioni. Ma qualcosa si è saputo. La prima è che il grande regista dell’operazione sarebbe Giuseppe Misso; la seconda è che nell’intreccio sarebbero entrati nomi di primo piano della politica nazionale e locale; la maggior parte, pare, di destra. Misso, del resto, imputato di associazione camorristica e indicato da Giuliano come il vero capo della camorra napoletana insieme a Mazzarella e Di Lauro, è da sempre considerato vicino agli ambienti di destra, fino a sfiorare, in alcuni momenti della sua storia, contatti misteriosi con l’eversione e con i servizi segreti deviati.


Formazione, un fiume di denaro. Il sistema con cui Misso è riuscito a intercettare i finanziamenti pubblici per la formazione professionale e l’inserimento lavorativo dei disoccupati, si sarebbe mosso su due binari: il primo è la formazione di cooperative di ex detenuti, che avrebbero avuto accesso a percorsi agevolati per la formazione professionale, “succhiando” dalle casse dello Stato diversi milioni di euro; la seconda è l’accordo con decine di piccole imprese che avrebbero mascherato assunzioni di disoccupati di lunga durata per intascare i contributi pubblici e girarne una parte alla camorra.
I clan avrebbero intascato non solo i soldi pubblici ma anche un bel giro di tangenti dagli stessi disoccupati, che facevano la fila per essere inseriti nei progetti di formazione i quali, pur non garantendo un lavoro, fornivano comunque una paga oraria (venti euro all’ora) per la sola frequenza. «La camorra – avrebbe detto Giuliano – è in grado di controllare il 40-50 per cento di questi flussi finanziari. E per farlo ha potuto contare su appoggi importanti, a cominciare da alcuni consiglieri comunali ma anche regionali». Lo scorso 14 dicembre 2004 Giuliano, sullo stessa tema, rincara la dose: “Giuseppe Misso conta da tempo su amicizie importanti. Amicizie politiche, che ancora oggi sono rimaste intatte. Grosse amicizie e anche appoggi parlamentari che non sono mai stati compromessi e mai tirati in ballo. Anche a livello di giustizia”. Dichiarazioni pesanti su cui la magistratura ha immediatamente attivato una quantità di approfondimenti, mettendo in fibrillazione il mondo politico napoletano.


Una truffa chiamata In.La
. Tra i primi faldoni ad essere acquisiti c’è stato quello relativo a un progetto varato nella scorsa primavera attraverso un accordo tra il sottosegretario al lavoro Pasquale Viespoli e i vertici di Regione Campania, Provincia di Napoli e Comune di Napoli. Il progetto si chiama In.La. (inserimento lavorativo) ed è stato finanziato per circa 9 milioni di euro. E’ stato sviluppato con l’assistenza tecnica di Italia lavoro e in poco tempo ha coinvolto 185 aziende con l’obiettivo di creare occasioni formative e lavorative per 3000 disoccupati di lunga durata. Il progetto ha come obiettivo quello di erogare contributi pubblici a fondo perduto fino a cinquemila euro per ogni lavoratore assunto (a tempo indeterminato o almeno per dodici mesi per il settore turistico e agricolo). Inoltre, con lo stesso progetto, vengono finanziate a fondo perduto le imprese che avviano percorsi formativi per i nuovi assunti. I disoccupati da assumere sono selezionati liberamente dall’impresa: i soli requisiti sono la residenza a Napoli e Provincia, l’età superiore a 35 anni e una disoccupazione da almeno 24 mesi. Le 185 aziende che hanno aderito all’iniziativa hanno assunto circa 400 persone e sono quasi tutte di piccolissime dimensioni (meno di quindici dipendenti). Sono dunque esentate dalle garanzie dello Statuto dei lavoratori e possono licenziare anche senza giusta causa. In alcuni casi si è verificato un curioso meccanismo: le aziende hanno assunto, hanno intascato il contributo, hanno incassato i soldi per la formazione e poi hanno licenziato (talvolta, con l’accordo del disoccupato, che si è dimesso). Il meccanismo è stato reso possibile innanzitutto per quella clausola che ha voluto che le assunzioni venissero decise in proprio dalle aziende, senza alcuna evidenza pubblica. In sostanza il lavoratore era scelto, in totale discrezionalità, dall’impresa. Qui sarebbe maturata l’infiltrazione camorristica: un giro di imprese amiche, un giro di disoccupati da controllare, finte assunzioni e denaro pubblico da intascare. Il tutto, secondo il pentito Giuliano, con la complicità di alcuni leader storici dei movimenti dei disoccupati e con la compiacenza di alcuni politici importanti.


Sedici liste di disoccupati.
Le dichiarazioni di Giuliano buttano benzina sul fuoco di una polemica che tiene banco a Napoli da almeno due anni e che infiamma gli ambienti di destra e di sinistra. Quale rapporto avere con i disoccupati organizzati? A Napoli, in questo momento, risultano attivi ben sedici gruppi di disoccupati organizzati: si tratta di piccoli e grandi movimenti che coordinano azioni di protesta e che si strutturano talvolta anche come soggetto per accedere in maniera agevolata ai percorsi formativi e di avviamenti al lavoro. Una volta, la scatola ideale era la lista: un elenco di disoccupati organizzati che chiedevano (e spesso ottenevano) vie preferenziali per l’avviamento al lavoro. Adesso la formula magica si chiama cooperativa: una mini-impresa che per il solo fatto di esistere (a prescindere dalla sua reale capacità produttiva) può avere accesso a finanziamenti agevolati, a sostegni alla formazione. L’obiettivo, in ogni caso, è drenare risorse pubbliche che, nella migliore delle ipotesi, finiscono con l’essere un maxi ammortizzatore sociale (ci sono disoccupati che sbarcano il lunario con la paga oraria dei corsi di formazione) e, nella peggiore delle ipotesi, diventano un calderone speculativo a cui attingono pochi soggetti, spesso pilotati dalla camorra.


La forza della coerenza. Non tutti i movimenti di disoccupati producono però liste e cooperative, anche se le manipolazioni dietro il mondo dei senzalavoro, talvolta, vengono ben mascherate; del resto, ogni frangia della protesta ha il suo referente politico. E spesso il legame politico è uno schiaffo alla coerenza. Ci sono movimenti vicini alla destra più radicale. Ci sono movimenti vicini a Forza Italia e movimenti vicini a Rifondazione comunista. Ci sono gruppi di sinistra antagonista e radicale, vicini ai centri sociali e altri di sinistra moderata vicini ai Ds. Ad ognuno, in questa giostra, le sue contraddizioni. C’è chi la mattina urla slogan contro l’assessore e il pomeriggio si incontra con lo stesso assessore nelle riunioni di Comitato federale del partito a cui entrambi sono iscritti; c’è chi, dal fronte politico, la mattina rilascia interviste contro le liste di disoccupati e il pomeriggio ne coordina le attività, raccogliendone i frutti sul piano elettorale.


I disoccupati di destra.
Il rapporto tra movimenti dei disoccupati e politica napoletana, del resto, viaggia anche a livelli espliciti. Alle posizioni della destra napoletana fanno riferimento sigle come Sindacato azzurro, Comitato disoccupati organizzati, Disoccupati uniti per il lavoro, Forza lavoro disponibile, Eurodisoccupati napoletani. Il leader di uno di questi movimenti, Giuseppe Sollazzo, è stato candidato (non eletto) alle ultime elezioni provinciali in un collegio napoletano nelle fila di Alleanza nazionale, arruolato nella corrente del ministro Gianni Alemanno; il leader di un altro gruppo, Salvatore Lezzi (coinvolto in una inchiesta su presunti rapporti con la camorra) è stato eletto consigliere circoscrizionale con Forza Italia per poi passare tra le fila di Alternativa sociale, il movimento neofascista di Alessandra Mussolini e Roberto Fiore.


I disoccupati di sinistra
. Da sinistra, invece, si muovono principalmente due sigle, all’interno delle quali, però, negli ultimi tempi sono maturate durissime divisioni. I due gruppi sono i disoccupati organizzati di Acerra e il Movimento disoccupati in lotta per il lavoro. A questi due gruppi aderiscono la maggior parte dei disoccupati organizzati di Napoli, circa duemila persone che rappresentano il nucleo storico dell’organizzazione dei senza lavoro napoletani. Il leader del Movimento disoccupati per il lavoro è Gino Monteleone, che, però, nelle ultime settimane è stato duramente contestato da una parte del suo movimento, che ha fatto risorgere una sigla storica dei disoccupati napoletani, quella dei Banchi nuovi. L’accusa è stata quella di aver stabilito un legame troppo stretto con Corrado Gabriele, assessore provinciale al Lavoro in quota Rifondazione. Monteleone avrebbe sostenuto Gabriele alle ultime elezioni europee e, per questo, avrebbe condotto, secondo gli avversari interni, il movimento su posizioni troppo moderate. L’accusa viene condotta anche da ambienti vicini al movimento no global napoletano, che hanno, fin dal principio, contestato la linea dura della sinistra istituzionale napoletana sulla protesta dei senza lavoro. Da tempo, infatti, gli assessori al lavoro di Regione (Buffardi), Provincia (Gabriele) e Comune (Oddati) sono concordi nel chiudere la porta in faccia a chi “paralizza la città perché vuole corsie preferenziali nell’accesso al mondo del lavoro”.


Polemiche no global. “Quello dei tre assessori, che si dichiarano sulla carta di sinistra, è un maldestro tentativo – dicono i rappresentanti della rete no global cittadina – di gettare fango sulla lotta dei disoccupati, una campagna tendente a rappresentare l’esperienza dei disoccupati organizzati come una aggregazione di violenti. La realtà è ben diversa. A fronte della latitanza delle istituzioni nazionali e locali, la trentennale esperienza dei movimenti di questa città è stata ed è l’unica risposta concreta al bisogno sociale insoddisfatto di lavoro”. Le polemiche sul tema vengono condotte anche all’interno del mondo politico. La sinistra accusa gli ambienti di destra, in particolare quella più estrema, vicina al Ministro Alemanno e al consigliere regionale Salvatore Ronghi, di strizzare l’occhio alla parte più facinorosa dell’organizzazione dei disoccupati organizzati; la destra, con denunce circostanziate presentate dal deputato di An Marcello Taglialatela, accusa la sinistra, e in particolare l’assessore del Prc Gabriele, di clientelismo sulla gestione dei fondi per job center, formazione e inserimento lavorativo in favori di alcuni movimenti di sinistra.

In mezzo, i disoccupati napoletani che, stretti tra la camorra e la politica, vedono aggiungersi al danno di essere senza lavoro, la beffa di diventare merce di scambio.




LA VOCE DELLA CAMPANIA- GENNAIO 2005

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