NAPOLI. Leggo e ascolto e parlo e scrivo di camorra. E mi chiedo quante volte ho girato la testa dall’altra parte. Non sarà questo il problema? Ci sono i buoni e ci sono i cattivi: non è una novità. Storie antiche, storie di caini e di abeli, storie di briganti e santi, storie di delinquenti e bravagente. Ma qui, a Napoli, al sud, qui accanto insomma, è un’altra cosa. Ci sono i buoni (pochi) e ci sono i cattivi (pochi). E in mezzo c’è quello che altrove non c’è: una palude, una moltitudine di corpi molli: commercialisti, ingegneri, avvocati, architetti, giornalisti, salumieri, macellai, assessori, consiglieri, onorevoli, poliziotti, carabinieri, vigili urbani, parroci, parrocchiani e sagrestani.
Facciamo qualche esempio? Facciamo qualche esempio.
Un noto costruttore, organico a un clan di camorra; un noto costruttore la cui mafiosità è documentata (è andato in galera, è uscito, ci è tornato); un noto costruttore che tutti sanno chi è, tira fuori il portafogli e finanzia la ristrutturazione di un oratorio. Il parroco stringe la mano e ringrazia. I fedeli accolgono e la Caritas applaude. In privato, qualcuno accenna alla cosa e ti rispondono “mica siamo poliziotti noi! Ha fatto una donazione, che male c’è?”
Facciamo un altro esempio? Facciamo un altro esempio. Un medico stimato, un insegnante che va in chiesa, un nugolo di gente onesta e lavoratrice, si accodano tutti a un politico simpatico che ha un solo difetto: è il braccio destro di un costruttore di camorra. Tutti lo sanno, eppure tutti gli stanno intorno. E quando questi si candida alla Provincia, tutti lo sostengono, tutti lo votano, tutti lo acclamano. Perché è un bravo ragazzo.
Facciamo un altro esempio? E’ l’ultimo. Un bel gruppo di giornalisti locali, bravi, onesti, per fare il loro giornale raccolgono la pubblicità di una nota impresa di camorra. Lo sanno. Per non perdere quella pubblicità, evitano di scrivere di quel clan. E quando devono scrivere di camorra, beh, andiamoci piano. “A che serve calcare la mano? Facciamo la fine di Siani?”.
Ecco la palude. Tra i buoni (pochi) e i cattivi (pochi), ci siamo noi. Che ci facciamo i fatti nostri, che non vogliamo fare gli eroi, che c’è sempre qualcuno più in alto che dovrebbe fare il suo dovere e non lo fa e quindi “perché dovrei fare io, proprio io, l’eroe?”. E allora il carabiniere semplice si “guarda la castagna” e casomai al posto di blocco ferma solo le utilitarie che così stiamo quieti; e il vigile urbano se vede l’abuso edilizio, ci pensa un po’ su e poi cammina, “perché devo fare l’eroe io quando a Roma è tutto un magna magna?”. E l’opinionista che declama la sua rabbia contro la camorra, poi, quando poteva denunciare, si è tirato la penna e ha pensato “ma perché proprio io?”. E la brava sindachessa dalla voce sottile che è contro la “malapianta della camorra” poi in campagna elettorale viene a sostenere candidati notoriamente vicini alla camorra ma lei “non sapeva, mica posso conoscere tutti quelli a cui stringo la mano?”. E il bravo coordinatore regionale azzurro immortalato sul sito del circolo locale abbracciato al buon figlio del costruttore camorrista quando hanno inaugurato la sede? “Non sapevo, mica posso conoscere tutti quelli a cui stringo la mano”…
E non sapevo, e non è compito mio, e non facciamo gli eroi, e non tocca a noi, e io mi devo fare ammazzare mentre a Roma magnano, e…e…e…
Eccoci qua.
Faccio l’assessore comunale da cinque anni, e prima ancora ho fatto il consigliere comunale per altri quattro. Sarei nientemeno che un pezzo di gruppo dirigente di questo territorio. Cos’ho fatto contro la camorra? Nulla. Ah sì, qualcosa ho fatto: ho dedicato una strada a Giancarlo Siani, ho contribuito a far nascere il festival della Legalità, ho rilasciato interviste indignate contro il malaffare, ho fatto comizi pomposi contro i camorristi. E poi? Quante volte ho girato la faccia per paura o per opportunismo? E quante volte ho visto i miei colleghi girarla e sono stato in silenzio per paura o per opportunismo? E quante volte ancora la girerò e la vedrò girare? E quante volte vedrò i miei concittadini fare finta di nulla, e parroci ringraziare il camorrista per la donazione, e brava gente votare a migliaia il braccio destro del camorrista, e dirigenti politici che la mattina rilasciano interviste contro la camorra e la sera partecipano a banchetti elettorali dove tutto si mischia, e tutto si tiene?.
Tutto si mischia e tutto si tiene, in una grande melassa che gli intellettuali chiamano blocco sociale e io chiamo maledizione. La maledizione di essere tutti complici. Battendoci in petto. Ecco la radice. Un territorio, un intero territorio, complice. Nel silenzio, nell’opportunismo, nella paura, nel lamento, nell’ipocrisia, nello scaricabarile, nel fatalismo; nell’orrore che poi si lava via, come una innocua macchiolina di caffè. Finisce la faida e torniamo nei ranghi. Tanto è tutto un magna magna…
CAMORRA, LA MALEDIZIONE DI ESSERE TUTTI COMPLICI
Tra i «buoni» e i «cattivi» una palude di indifferenza
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