A distanza di più di sessant’anni, come una spada di Damocle che pende sulla
verità storica, pesa il silenzio sulle “foibe” e sugli “infoibati” che
rappresentano tuttora un oscuro capitolo nel libro delle “stragi negate”,
escluse dalla coscienza collettiva della nazione, una tragedia che emerge di
quando in quando per essere oggetto assai più di polemiche e di contrapposte
strumentalizzazioni che di ricerca scientifica e di memoria comune: tanti
hanno citato il fenomeno, denunciando il silenzio che lo ha sinora
circondato ed evocando categorie interpretative ideologiche, ma troppo pochi
si sono sforzati di spiegare al grande pubblico di che cosa si è trattato.
Il fenomeno delle foibe rimane a tutti gli effetti un “genocidio nazionale”
o, secondo una più giusta definizione, una vera e propria “pulizia etnica”
mirata alla distruzione di tutto ciò che è “Italia” e “italiano”. Le foibe,
profondamente radicate nella coscienza delle popolazioni giuliane, dove
hanno determinato una memoria contrastata e divisa, non sono invece entrate
a far parte del patrimonio collettivo della nazione; ci troviamo infatti
innanzi ad una sorta di “silenzio di Stato”, coadiuvato da una storiografia
faziosa e melliflua, che limita non solo l’approfondimento e la conoscenza,
ma la stessa memoria storica. Si tratta di un pezzo di storia italiana
taciuta per sessant’anni: fatti ed episodi mistificati ed insabbiati da chi
ha sempre saputo ma ha preferito non parlare. A Basovizza, Opicina,
Prosecco, Volci, Cruscevizza, Aurisina, Ternovizza e altre località del
Carso si aprono le voragini delle foibe che segnano un nefasto percorso di
morte.
Indipendentemente dal numero dei morti, il fenomeno delle foibe rimane una
tragedia per troppo tempo dimenticata o tenuta in sordina, una ennesima
pagina oscura e sanguinaria della storia della barbarie comunista impegnata,
come sempre, attraverso tutti i suoi apparati, a far scomparire in fretta le
prove delle stragi. Lo sterminio ed il massacro attraverso l’infoibamento è
non solo un barbaro massacro, ma sottintende un significato ben più
profondo, poiché gettare un uomo in una foiba significa considerarlo alla
stregua di un rifiuto; la vittima sprofondata nell’antro viene cancellata
nell’esistenza fisica, ma anche nell’identità, nel nome, nella memoria.
Secondo questa logica perversa, uccidere chi è considerato nemico non basta:
occorre andare oltre, occultare il corpo e la vita, eliminare ogni traccia,
come se non fosse mai vissuto. Proprio per questo non dobbiamo dimenticare,
non dobbiamo tacere su queste “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il
silenzio dei vivi e il silenzio dei morti”; occorre anzi smascherare i
criminali responsabili di questi massacri, rinnovare la verità storica alle
nuove generazioni che non devono dimenticare la memoria dei padri e devono
invece commemorare quella delle vittime dell’odio comunista.
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