PUBBLICITÀ
Cari lettori di InterNapoli,
mi perdonerete se, in questa mia lettera settimanale, mi soffermerò sulla (ri)lettura del libro: “Sergio Ramelli- gli anni ’70 che fanno ancora paura”.
E’ la ricostruzione obiettiva, affidata esclusivamente a documenti (atti processuali, testimonianze, articoli di giornale) della tragica vicenda di cui rimase vittima Sergio Ramelli, un ragazzo milanese di 18 anni ucciso, il 29 aprile 1975, a colpi di chiave inglese da un “commando” di Avanguardia operaia.
Il volume, che si avvale della prefazione dell’on. Ignazio La Russa (coordinatore nazionale di An, già legale della famiglia Ramelli) contiene anche il testo dell’opera teatrale “Chi ha paura dell’Uomo nero”
13 marzo 1975: un ragazzo milanese di 17 anni (aveva quasi la mia stessa età, n.d.a) viene aggredito sotto casa. Due persone gli spappolano il cranio a colpi di chiave inglese. Muore dopo 47 giorni di agonia. Chi era la vittima e perché fu ucciso con tanta violenza? In che clima era maturato quell’omicidio così bestiale? E chi erano i carnefici: teppisti, killer professionisti, mafiosi? No, studenti universitari. Perché uccisero, allora? Forse accecati dall’ira, dalla gelosia o dalla paura? No, neppure conoscevano la loro vittima. Colpirono solo in nome dell’odio politico.
Ci vollero dieci anni per assicurarli alla giustizia, ma oggi è finalmente possibile ricostruire tutte le tappe di quella tragica vicenda. Come in un thriller ci si muove tra atti giudiziari, articoli di giornali e testimonianze dirette per scoprire che ad armare la mano degli assassini fu una spietata ideologia, che in Italia aveva – ed ha – importanti complicità, potenti connivenze e forti leve di potere. Ecco perché questa è una storia di quegli Anni ’70 “che fanno ancora paura”.
Il libro “Sergio Ramelli- gli anni ’70 che fanno ancora paura” è frutto della collaborazione tra un gruppo di giovani monzesi: Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo, Paolo Severgnini e il giornalista Guido Giraudo che negli anni Settanta era vicedirettore del settimanale “Candido”.
La vicenda di Sergio Ramelli – emblematica di tante altre tragedie degli anni Settanta – è una di quelle storie che danno fastidio a chi preferisce descrivere quel periodo di follia e di morte come “anni formidabili”; a chi vuole tramandare il dogma progressista di “un’era di grande crescita sociale”; a chi vuole chiudere gli occhi delle generazioni future sui meccanismi ideologici che generarono l’odio, la violenza e il terrorismo.
Il solo nome di Sergio Ramelli fa “ancora paura” perché apre uno squarcio di verità sui troppi “buchi neri” della storia di questo interminabile, angosciante, oscuro dopoguerra italiano. La sua doveva essere una delle tante storie da cancellare, da dimenticare, così come sono state dimenticate per cinquant’anni le Foibe, così come sono stati cancellati gli orrori del “triangolo della morte”.
Eppure la tragica esperienza vissuta da Sergio Ramelli ha ancora molto da insegnare.
Per esempio attesta di quali e quante virtù può essere dotato un ragazzo di 17 anni. Non solo il coraggio, che Sergio dimostrò di avere con serenità, senza ostentazione né protervia, nel semplice gesto di cercare di tranquillizzare i genitori, minimizzando i rischi che correva; nel tentativo ostinato di vivere una vita “normale” (giocare a calcio, andare al bar con gli amici, uscire con la fidanzata) cosa che, invece, gli era negata (cacciato da scuola, pestato nel bar vicino a casa, minacciato con scritte e telefonate continue). Ma – soprattutto – la grande Virtù di Sergio, che emerge limpida in queste pagine pur così sature di orrore e di quotidiana violenza, è stata la coerenza.
Leggendo il racconto delle ultime, drammatiche fasi della sua breve vita ci rendiamo conto di come in qualsiasi momento di quel lungo calvario, durato più di un anno, egli avrebbe potuto dire “basta”, avrebbe potuto arrendersi, rinnegare le sue idee o semplicemente tirarsi fuori dalla militanza politica. Ma Sergio non lo fece. Per semplice, istintiva, naturale, onesta coerenza. Aveva degli amici? Voleva continuare a frequentarli. Gli piacevano certi libri? Voleva continuare a leggerli. Aveva un’idea politica? Voleva professarla, spiegarla, viverla. E questa coerenza gli costò la vita.
Il libro “Sergio Ramelli- gli Anni ’70 che fanno ancora paura” è la versione da edicola di un volume che – a modo suo – è un “caso editoriale” perché, nonostante sia già stato ristampato cinque volte in quattro anni… non lo si trova in libreria… La sua diffusione, finora, è avvenuta unicamente attraverso più di cento presentazioni in tutta Italia.
Nell’era della comunicazione globale pensare che un libro possa ancora essere conosciuto solo grazie al “passa parola” e diffuso in migliaia di esemplari esclusivamente passando di mano in mano fa un certo effetto e induce anche a riflettere con attenzione sulla cappa di conformismo culturale e di omologazione politica che ancora opprime la cultura e l’editoria italiana.
A distanza di trenta anni esatti, la triste storia di Sergio Ramelli diventa un monito contro l’odio e la cieca violenza creati dalla degenerazione di ideologie che disumanizzano il nemico trasformandolo in mostro, ma assurge anche a simbolo del sacrificio di quanti, in quegli anni, difesero – con coraggio e coerenza – la Libertà di tutti.
PUBBLICITÀ


