GIUGLIANO. La morte di Swezana ci impone di riflettere sulle condizioni di vita di tanti rom che affollano le nostre città. Riproponiamo l’articolo pubblicato da Marino Niola sul Mattino del 28 gennaio di un anno fa, all’indomani della morte per freddo del piccolo Samir. Da un anno non è cambiato nulla.
Un altro bambino morto prima ancora di aver cominciato a vivere. Samir aveva solo 19 giorni. È successo nel campo nomadi di Giugliano. Solo sabato scorso la stessa sorte era toccata a Giada, morta di freddo a ventiquattro giorni nel campo nomadi di Scafati. Non è una fatalità, non è una disgrazia, è un sacrificio: il sacrificio di due innocenti con la sola colpa di essere nati rom. Uccisi sì dal freddo, ma anche e soprattutto dall’incuria, dall’abbandono, dall’indifferenza, dall’assenza di solidarietà. Da una vita che inizia in salita, come una partenza ad handicap, che si consuma arrancando tra un campo e l’altro, tra una precarietà e l’altra. Una vita ai margini vissuta sotto i ponti, ai bordi delle tangenziali, nelle terre di nessuno dove si incontrano tutti i marginali, tutti i residui di cui questa società opulenta si sbarazza. È inimmaginabile l’esistenza nei campi, un nome che sembra ormai indicare un destino segnato. Senza luce né acqua, privi delle condizioni minime di umanità, grado zero della dignità, luoghi dove donne e uomini sono ridotti a nuda vita. Dove basta un’ondata di freddo un po’ fuori del normale perché questi bambini scoprano sulla propria pelle che il loro grado di cittadinanza è direttamente proporzionale al grado della temperatura che li ha uccisi. Adesso tutti piangiamo la morte degli innocenti e ci commuoviamo quando la televisione ci porta in casa le immagini del degrado in cui hanno consumato i pochi giorni che la sorte gli ha concesso. Ma proprio in nome di quella commozione non possiamo negare la nostra parte di responsabilità. Non possiamo nascondere a noi stessi, se non altro per il bene che vogliamo ai nostri bambini, che queste tragedie sono destinate a continuare finché non saremo capaci di riaprire canali di comunicazione e di solidarietà con chi è diverso da noi, e meno fortunato. Senza condizioni, distinguendo quella che è una garanzia di livelli minimi di umanità da più complesse questioni di integrazione tra identità differenti. Perché se è vero che i nomadi spesso difendono rigidamente la loro identità, il loro essere minoranza, cercando di rendersi impenetrabili, è altrettanto vero che è proprio tale differenza a costituire per noi un alibi perfetto alla nostra indifferenza, alla nostra inospitalità, mascherate da paura e da autodifesa. Così il rifiuto d’integrazione, reale o presunto, di questi uomini senza patria, diventa perfettamente complementare al nostro rifiuto di pagare i costi di una accoglienza che in verità sarebbe un imperativo civile oltre che umano. In realtà nessuna identità e nessuna condizione sono immodificabili. Ed è molto pericoloso abbandonare le differenze storiche, sociali e culturali ad una sorta di immodificabilità quasi naturale. Che esonera di fatto dalla fatica di costruire ogni giorno la convivenza. Ma una società veramente civile non può sottrarsi a questo compito. Altrimenti saremo sempre pronti a commuoverci per la sorte crudele dei poveri bambini, purché nulla cambi.
MARINO NIOLA – IL MATTINO 28 GENNAIO 2004


