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IL NIPOTE SI PENTE: UCCISO PER FARLO TACERE
Spietata vendetta trasversale a Casal di Principe

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CASAL DI PRINCIPE. Immediata e spietata. La vendetta del clan contro il neo-pentito Luigi Diana, 37 anni detto o’ manovale, è stata preparata in gran fretta ed è arrivata a pochi giorni dalla decisione dell’ex uomo di fiducia dei Bidognetti, accusato di decine di omicidi, di collaborare con la giustizia. Poco dopo le 9 di ieri mattina, undici colpi di pistola hanno ucciso sotto casa e proprio nel giorno del suo compleanno Cesare Di Bona, incensurato, zio acquisito di Diana, dal momento che la moglie è la sorella del padre del pentito. Ieri Di Bona avrebbe festeggiato il traguardo dei 78 anni: una vita spesa tra i campi, senza apparenti legami con gli affari del nipote, e poi la dedizione al negozio di ceramiche e arredo bagno Edilcem, proprio sul corso Umberto I di Casal di Principe, al civico 557. Sopra l’esercizio commerciale, nella palazzina all’angolo con via Ariosto, abitava con la moglie e i due figli, Alfonso e Vincenzo, anch’essi senza precedenti penali, impegnati a mandare avanti l’attività di famiglia. Nessuno di loro rientra nel piano di protezione per i familiari del collaboratore, alcuni dei quali, come il cognato Luigi De Vito (fratello della moglie Maria), avrebbero già manifestato l’intenzione di dissociarsi e disconoscere il congiunto. E ieri mattina Di Bona non ha fatto neanche in tempo ad aprire il negozio. Appena è uscito dal portoncino verde (il limite della dépendance che separa il negozio dalla casa) per andare ad alzare le serrande, è stato freddato sulla soglia, riempito di proiettili calibro 9 corto. I primi ad accorrere sono stati proprio i figli, che hanno dovuto coprire con un pietoso lenzuolo il cadavere del padre. In base ai primi rilievi dei poliziotti della Scientifica, a sparare è stata una sola pistola, un solo uomo, ma con almeno un altro complice ad aiutarlo nella fuga. Non si sa neppure come i killer siano arrivati, se a bordo di un’auto o con una moto. Molto probabilmente sono giunti in largo anticipo, aspettando la loro preda. Ma, come sempre accade negli agguati di camorra a Casal di Principe, i tanti testimoni non dicono nulla, eppure l’omicidio è avvenuto sul corso principale della città (già affollato sin dalla prima mattinata) e intorno ci sono solo abitazioni e negozi. Il copione del silenzio ormai è già visto, così alcuni negozianti di fronte al luogo del delitto decidono proprio di chiudere i battenti per l’intera giornata, mentre qualche passante in auto intravede appena il nastro bianco e rosso che delimita l’area del delitto, ma già si segna con la croce. Perché sa che a Casal di Principe si spara per uccidere. Non accadeva dal settembre dell’anno scorso, quando il clan vincente dei Bidognetti eliminò il giovane Benito Iorio (ferendone l’amico), legato al gruppo dei Cantiello, come anche Raffaele Scrigno, il cognato di Antonio Zara, ferito poco meno di un mese fa, nella giornata che poche ore dopo portò alla cattura di Daniele Corvino, considerato dagli inquirenti il reggente del gruppo Cantiello. La vendetta trasversale ha preso di mira l’obiettivo più semplice e abbordabile: tutti sapevano che ogni mattina Di Bona si recava ad aprire il negozio e non sospettava affatto di poter essere la vittima di una punizione, che pure gli investigatori ipotizzavano, vista la rapida evoluzione del quadro criminale in città. Sul posto, appena qualche minuto dopo l’omicidio, è arrivata una prima volante del posto fisso di Casapesenna, già in servizio in zona, che per poco non si è imbattuta negli assassini. Nemmeno l’elicottero alzatosi in volo ha dato risultati e senza esito fino alla serata di ieri sono rimaste anche le perquisizioni a tappeto, effettuate dai carabinieri della compagnia di Casal di Principe. Le indagini sono seguite dal commissariato di Aversa e dalla squadra mobile, coordinate dal sostituto della Dda, Del Gaudio. A Casal di Principe ieri intanto si sono precipitati i vertici casertani delle forze dell’ordine: il capo degli agenti aversani, Moia, insieme con il comandante provinciale dei carabinieri, Burgio, e il numero uno del nucleo operativo, Oro.


LORENZO IULIANO- IL MATTINO CASERTA 27 APRILE 2005






«Ipotesi agghiacciante, c’è una nuova strategia»

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Cercano una traccia, un indizio, una pista alternativa. Li cercano perché nulla deve essere trascurato, ma soprattutto perché sperano: che non sia stata una vendetta trasversale, che non sia stato commesso il più odioso e crudele dei delitti. Ma nella vita di Cesare Di Bona, 78 anni compiuti nel giorno della morte, non risultano macchie né sospetti. Solo quella parentela imbarazzante con Luigi Diana, killer di camorra, ereditata dalla famiglia della moglie. E poi il lavoro nei campi, nei cantieri, nel negozio. Lavoro e casa, moglie e figli, qualche puntatina al circolo, la passeggiata in piazza, poi di nuovo la casa: un’esistenza normale, grigia e monocorde, senza zone oscure. «È un omicidio ancora tutto da decriptare», spiega il pm antimafia Raffaele Cantone, che non conferma (ma neppure smentisce) i contatti tra la Dda e il nipote della vittima, che appena tre giorni fa avrebbe chiesto di incontrare un magistrato per iniziare a collaborare. «Non ci sono ancora certezze e siamo obbligati a ragionare per ipotesi. E se prendiamo per buona quella della vendetta trasversale – aggiunge il magistrato – allora dobbiamo immaginare che nella camorra casalese c’è stato un salto in avanti, un radicale cambio di strategia. Cesare Di Bona è stato ucciso senza la certezza che Luigi Diana stesse collaborando con la giustizia, senza conoscere il valore e il peso investigativo delle sue eventuali dichiarazioni». Poi un passaggio sulla fuga di notizie sul pentimento di Diana, anticipato ieri mattina da un quotidiano locale. «Ho il massimo rispetto per la libertà di stampa e non mi piace fare riferimento al senso di responsabilitài. Credo, però che sia necessario averne quando si tratta di pubblicare notizie dotate di un potenziale offensivo, che mettono a repentaglio delle vite. Nessuna censura, per carità, ma più attenzione è necessaria». Dalla Procura antimafia di Napoli, dunque, non arrivano conferme sull’avvio della collaborazione di Luigi Diana. Ma tra sabato e domenica alcuni familiari sarebbero stati contattati per essere accompagnati in un luogo protetto. Alcuni avrebbero accettato, altri no. Nessuna indiscrezione, ovviamente, sulle dichiarazioni preliminari rese da Diana, quelle che servono a marcare i confini temporali e qualitativi delle sue conoscenze. Informazioni che arrivano al 28 settembre 1999, data del suo arresto. I carabinieri del Reparto operativo lo avevano trovato in una botola, nella casa di una sorella della suocera, in via Masaniello a Casal di Principe. Latitante da quattro anni (era sfuggito al blitz di Spartacus, procedimento nel quale risponde della strage di via della Pace e dell’omicidio di Vincenzo De Falco), era accusato dell’omicidio dei fratelli Martire (due fruttivendoli ammazzati tre mesi prima) e del ferimento di un maresciallo dei carabinieri. Era colpito anche da un provvedimento cautelare per l’omicidio di Genovese Pagliuca, fatto per il quale un mese e mezzo fa è stato condannato all’ergastolo. Bidognettiano di ferro per diversi anni, si era poi associato al gruppo di Salvatore Cantiello e con lui era tornato alla «casa madre», alla famiglia Schiavone. Negli ultimi tempi aveva giurato fedeltà a Michele Zagaria, al quale era legato da un’amicizia di vecchissima data. Erano stati anche arrestati insieme, ad aprile del 1991. Erano armati di tutto punto, pronti a uccidere: nell’auto, una Y10, furono trovate una mitraglietta Uzi, quattro pistole, munizioni. Killer affidabilissimo e spietato, Luigi Diana potrebbe aver partecipato a buona parte delle azioni di fuoco che hanno segnato la guerra di camorra dei primi anni Novanta e poi quella successiva: prima dalla parte di Bidognetti, poi dall’altra. A temere il suo pentimento, dunque, sono in molti. Praticamente, l’intero clan dei Casalesi. Ma non è detto che l’omicidio di ieri mattina raggiunga l’obiettivo di farlo tacere.


ROSARIA CAPACCHIONE




Le verità di De Simone costate la vita al fratello




Il primo fu Carmine Schiavone. La sua collaborazione iniziò il 16 maggio 1993, non se ne seppe nulla per tre mesi, quando i parenti inviarono ai giornali la loro lettera di dissociazione. Poi venne Dario De Simone, pentito dall’1 gennaio 1996. Di lui si seppe subito, quando furono trovati i resti delle lupare bianche che aveva sepolto in un pozzo, tra Parete e Giugliano. Ma la vendetta arrivò a freddo, quando la notizia del pentimento non era più tale: ad agosto, sei mesi dopo. Prima fu ammazzato il fratello Aldo, che gestiva una concessionaria di auto a Trentola; poi fu la volta del giovanissimo cognato, Rodolfo Previdente. Per quei due omicidi, cinque giorni fa il gip di Napoli Giuseppe Ciampa ha rinviato a giudizio quattro persone: Francesco Schiavone-Sandokan, capo del clan dei Casalesi; Domenico Bidognetti, che avrebbe partecipato direttamente ai due agguati; Luigi Costanzo e Antonio Fusco. È stata, quella, l’unica vendetta trasversale nei confronti dei collaboratori di giustizia. Molti dubbi, invece, sull’omicidio del padre di Antonio Abbate, nipote di Vincenzo Lubrano: mai ritenuto pienamente affidabile, ha cercato di accreditare quella pista ma gli investigatori e la Dda non vi hanno mai dato troppo credito ritenendo, invece, che potesse avere tutt’altra causale. Sempre di camorra, ma maturata nella faida tra il clan di Pignataro e i Casalesi. E nulla è accaduto ad Angela Barra, ex amante di «Cicciotto» Bidognetti, madre di due dei suoi figli. Quando la donna (accusata del sequestro e dello stupro di una ragazza della quale si era invaghita e poi del concorso nell’omicidio di Genovese Pagliuca) è passata dall’altra parte della barricata, non ha sostanzialmente avuto nulla da temere. E le è stato perdonato anche il tradimento, la convivenza con un altro uomo, la nascita di un altro figlio. No, non è stata la strategia dei clan casertani, quella di uccidere i familiari dei collaboratori di giustizia per cercare di fermare le defezioni e i pentimenti. E non è possibile azzardare un parallelo tra quanto accaduto a Dario De Simone e la vendetta contro lo zio di Luigi Diana. Quando furono ammazzati Aldo De Simone e Rodolfo Previdente, la pericolosità delle confessioni di Dario era già emersa. E il suo ruolo, all’interno del clan, era tale da mettere in pericolo l’intera organizzazione. Luigi Diana, al contrario, non ha ancora fatto i tempo a dire nulla, e quanto ha intenzione di dichiarare non è noto a nessuno. Cioè: non è noto agli investigatori né ai magistrati, ma a chi quelle azioni (soprattutto omicidi, si presume, visto il ruolo rivestito nel clan) ha compiuto con lui. E non basta. La rappresaglia a due giorni dalla dichiarazione d’intenti e il giorno stesso della pubblicazione delle indiscrezioni ha un effetto intimidatorio spaventoso: contro l’aspirante pentito, senza dubbio, ma anche contro altri che potrebbero decidere oggi, alla vigilia della sentenza Spartacus, di seguire la sua strada.
r.cap.




IL MATTINO ED. CASERTA 27 APRILE 2005

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