Il primo maggio è nato il venti luglio.
Era il 1889, l’aria era quella frizzante e impertinente di Parigi. “Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore”.
Parlavano così sindacalisti e militanti “rossi”. La seconda internazionale, il comunismo prima di Stalin.
La scelta cadde sul primo maggio perché tre anni prima, a Chicago (l’America prima di Bush) una manifestazione operaia era stata repressa nel sangue.
Sangue su sangue, fino a Scampìa.
All’ingresso del rione c’è una vela disabitata nella quale corrono topi grandi come scimmie e tossici raminghi come topi; nemmeno l’esplosivo è riuscito a mandarla giù e adesso pende come un dente marcio accanto a formichieri chiamati palazzi, a stradoni asfaltati e a mercatini dove fa sempre caldo a e gruppi di ragazzi che girano sui motorini e a macchine lucide con la musica ad alto volume.
Il “primo” primo maggio fu festeggiato proprio a Napoli.
“”Lavoratori – si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 – ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l’Internazionale!”.
I giornali della borghesia padronale (l’Italia prima della Fallaci) consigliavano ai cittadini di fare provviste e tapparsi in casa perché potrebbero succedere disordini.
A Scampìa, non c’è disordine perché non c’è ordine. E la gente, per tapparsi in casa, deve tornare prima delle otto perché dopo si chiudono i cancelli e gli androni dei palazzi diventano piazze dello spaccio.
“Il proletariato d’Europa e d’America – affermava compiaciuto Fiedrich Engels – passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti”.
Inizia la tradizione, un appuntamento che si rinnova.
Festa o lotta?
Accidenti alla sinistra e alla sua capacità di trovare il pelo nell’uovo e infilarlo nell’ago e cucire fili di paglia e perdere tempo. Ed energie.
Il corteo sindacale di Scampia parte da una delle vele, alle 9. E finisce lungo il corso. Di fronte al viale dove tre mesi fa lasciarono due cadaveri nel bagagliaio, parleranno Epifani, Pezzotta e Angeletti.
Il mese scorso è venuto perfino Bassolino. E pare che la Jervolino abbia deciso che Scampia deve rinascere.
Caspita.
Qualcuno, all’inizio del secolo, decise di definire il primo maggio la “festa ribelle”. Così ribelle che durante il ventennio fascista, Mussolini (il nonno) la abolì. Non per niente. Gli davano fastidio le adunate che non fossero sotto il suo balcone.
A Scampìa, Alleanza Nazionale è sempre andata fortissimo. Bocchino ha messo nel listino una diciottenne del quartiere, durante la campagna elettorale ha passeggiato negli scantinati di muffa, è inorridito di fronte alla carcasse di auto, ai banchetti di sigarette, ai panni stesi, al traffico, alla spazzatura e ha urlato contro il degrado e l’abbandono.
Il salotto buono e il terzo mondo: l’economia di mercato. Chi glielo spiega?
Domenica primo maggio, a Scampia, sfileranno 500mila persone. Non si sono mai viste da queste parti. Qui ci arrivi di sera, veloce, furtivo, attraversi il viale guardingo e sicuro, facendo finta di essere uno di loro.
A me, a Scampia, non m’hanno mai rapinato. Mai intercettato un proiettile. Mi sono goduto perfino il sole e ho bevuto una peroni nel prato.
Domenica saremo in tanti. La festa del lavoro.
Caspita.
Dopo la resistenza, il primo maggio, si colorò di nuove tinte: festa del lavoro, festa ribelle, festa degli ultimi.
Portella della Ginestra, il bandito Giuliano, operai sotto il fuoco “amico” (il mondo prima della guerra preventiva): era il primo maggio.
La festa ribelle, sangue su sangue. Fino a Scampia.
Poi venne la musica, piazza San Giovanni, l’Italia romantica e fiera, l’Italia dei fumetti, di Carmen Consoli e Hugo Pratt, l’Italia del sole sul palco e delle chitarre elettriche.
E qualche pugno chiuso e borghesi fate la spesa e tappatevi in casa che qui si beve birra e si tira l’alba.
Domenica a Scampia come in qualunque altro giorno, noi che siamo anelli di fumo di questo territorio che va a fuoco ma che resta placido a guardare il falò; noi restiamo in verità abbastanza indifferenti. Scampia non ci fa paura, Scampia siamo noi, Scampia è qui. Dietro l’angolo. Prendi via santa Maria a Cubito e prima del Felix giri a sinistra, fai il viale e sei a Scampia.
Il primo maggio a Scampia non ci mette i brividi, piuttosto il 26 ottobre oppure il 18 febbraio: giorni qualunque. Giorni di ordinario sangue nelle vene e qualche macchia sull’asfalto che la segatura non ha lavato via.
Scampia mette il vestito buono e accoglie i compagni di tutt’Italia: telecamere, Carlo Azeglio e la diretta tivvù.
Caspita.
C’è la tregua, domenica. Si sono messi d’accordo perfino i Di Lauro e gli scissionisti. Niente agguati, niente regolamento di conti. In diretta tv non sta bene. Aspettiamo la sera per pigliarci a mazzate.
Domenica è la festa del lavoro. Tutti a Scampìa.
Come un carnevale. Si organizza la sfilata. Prima i cococo, poi i consulenti, poi le call girl e i call boy, in mezzo precari, part time, part time al 30 % (?), trimestrali, semestrali; poi Lsu, Lpu, cassintegrati, mobilità; un pezzo di interinali, di lavoratori in affitto, apprendisti, contrattisti, formazione e lavoro. In testa, lo Stato; alle finestre, le mamme; negli scantinati, i tossici; sui marciapiedi, le telecamere; nell’aria, Napoli, il mare che è lontano, la polvere che non manca mai, la polizia, le facce tagliate.
Bandiere rosse, godiamoci la festa.
Proletari di tutto il mondo, commuovetevi.
Lunedì è il due maggio e la solitudine incombe.
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