Riparte, per la sua fase finale che si concluderà alle urne il 12 giugno, il dibattito referendario sulla procreazione medicalmente assistita. E riparte dal punto con il quale era cominciato già alcuni mesi fa, interrotto dalle elezioni regionali e dai sussulti di assestamento che ne sono seguiti.
Il punto è l’embrione, i suoi diritti, la morale, la religione, la laicità, i diritti dei genitori e in particolare della donna, il partito della vita e quello che i seguaci del cardinal Ruini definiscono il partito della morte, che coinciderebbe nella loro fantasia con i promotori del referendum. Mi limito oggi a quest’ultimo punto che finora mi pare sia stato trascurato, forse perché ritenuto un fatto puramente lessicale e quindi di poca importanza. Il lessico tuttavia fa tutt’uno con il pensiero che esprime in parole, costituisce la manifestazione del pensiero e quindi della sostanza del fatto e della sua verità. Se il lessico è sbagliato ciò significa che il pensiero che esso esprime è sbagliato e non contiene una verità bensì un errore.
La definizione di partito della vita contrapposto a un partito della morte (dell’embrione), coniata dai ruiniani è radicalmente sbagliata e induce quindi a sbagliare. Infatti: gli oppositori del referendum vorrebbero che la procreazione ottenuta in provetta fosse addirittura vietata; ecco perché essi ritengono che la legge 40 non sia affatto la soluzione ottimale. Se stesse in loro, i ruiniani non l’avrebbero affatto approvata. Per loro la legge 40 rappresenta già un compromesso col diavolo e se l’hanno accettata l’hanno fatto in quanto quel compromesso rappresentava il meno peggio nella situazione politica esistente. Dal loro punto di vista le modifiche che il referendum può apportare se vincessero i ‘sì’ la renderebbe inaccettabile e pessima. La ragione è che le modifiche chieste dai referendari rendono possibile la procreazione di embrioni in soprannumero, destinati a essere congelati e infine uccisi per dar luogo a cellule staminali da utilizzarsi nella terapia di mali altrimenti incurabili.
La finalità è buona, riconoscono gli antireferendari, ma poiché a monte di essa c’è l’uccisione degli embrioni soprannumerari, diventa una finalità inaccettabile. Dall’omicidio intenzionale di migliaia di embrioni soprannumerari non può infatti derivare un bene che sarebbe comunque fondato sull’assassinio di massa. Partito della vita è dunque quello che si batte per impedire l’omicidio dell’embrione mentre partito della morte è quello che favorisce la produzioni di embrioni in soprannumero e li condanna consapevolmente a essere soppressi.
Guardiamo ora il problema da un diverso punto di vista. Coloro che ricorrono alla procreazione assistita sono coppie sterili, desiderose di procreare e quindi di far nascere nuove creature ma impossibilitati a farlo se non ricorrendo all’assistenza medica. Chi si oppone o rende estremamente difficile la realizzazione di quel desiderio e di quel progetto impedisce dunque la nascita di nuova vita. Questo è il punto centrale della questione: chi contrasta la vittoria del ‘sì’ nei quesiti referendari si oppone alla nascita di nuove persone. Dunque sono loro il partito della non-vita e sono viceversa i referendari il partito della vita.
Conosciamo l’obiezione: per ottenere nuove vite voi referendari procurate la morte di altrettante vite, anzi in numero maggiore. Il che è senza dubbio vero. Ma a questo punto sorgono due contro-obiezioni fondamentali. Le ha indicate qualche giorno fa, nel corso di un dibattito televisivo all”Infedele’ di Gad Lerner, il professor Umberto Veronesi con una logica stringente alla quale infatti i suoi contraddittori non sono stati in grado di replicare.
1. La legge 40 limita a tre gli embrioni di cui è consentita la produzione in provetta e obbliga al loro impianto simultaneo nell’utero della donna che ha chiesto di essere assistita. Tre embrioni soltanto, con impianto simultaneo e obbligatorio per evitare embrioni in soprannumero. Con tre soli embrioni da impiantare tutti insieme le possibilità della procreazione sono estremamente limitate. In caso di risultato zero quei tre embrioni risulterebbero dunque morti subito dopo l’impianto. Nel caso invece che l’operazione abbia esito positivo ciò dipenderebbe dal fatto che uno di quei tre ha attecchito e gli altri due sono comunque morti. La legge 40 così come è condanna dunque consapevolmente a morte due embrioni nel migliore dei casi e tre su tre nel peggiore ma probabilissimo.
2. La legge 40 vieta la diagnosi pre-impianto su eventuali difetti genetici degli embrioni. Ma la donna ha la possibilità di far effettuare una diagnosi sul feto che si sia formato dopo un impianto positivo. Le statistiche ci dicono che il 99 per cento delle donne incinte ricorrono a questa diagnosi. Qualora essa registrasse difetti genetici presenti nel feto le stesse statistiche italiane ed europee ci dicono che il 95 per cento delle donne ricorrono all’aborto terapeutico. Ciò che la legge 40 vieta per preservare l’embrione si realizza dunque 20 giorni dopo con l’aborto del feto, ben più traumatico della pre-diagnosi dell’embrione.
Ancora una volta risulta da queste osservazioni che non esiste né un partito della vita né un partito della morte. Esiste invece una morale ruiniana (contraddetta proprio negli scorsi giorni dal cardinal Martini) che ostacola la procreazione di nuove vite e procura comunque embrioni sacrificati. Il fatto che siano uccisi nel ventre d’una donna anziché nel congelatore non fa, ovviamente, alcuna differenza.
EUGENIO SCALFARI – REPUBBLICA 13 MAGGIO 2005
