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«L’ASTENSIONE? E’ DEGNA E LEGITTIMA»
Verso il referendum. Tra De Gasperi e la Bibbia

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Il referendum fa discutere, oltre che sulla sostanza dei quesiti specifici, sulla stessa scelta se recarsi a votare. Scelta che può diventare decisiva: la conta dei sì e dei no perde infatti rilievo se non va alle urne la metà più uno degli aventi diritto.

La diretta discesa in campo delle gerarchie ecclesiastiche sta deviando il dibattito dal suo alveo naturale, dirottandolo su vecchi temi di polemica anticlericale. Ma la consapevole astensione dal voto continua ad avere intrinseca dignità, oltre che piena legittimità. Non esclude la ricerca di un miglior equilibrio legislativo, da proseguire comunque quale che sia l’esito del referendum. E si giustifica anzitutto come un rafforzato «no» di metodo, prima che di merito: in particolare, contro la strumentale semplificazione di problemi delicatissimi, quali sono quelli al crocevia tra l’aspirazione alla maternità e la tutela del concepito, o tra libertà e limiti della scienza.

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D’altronde, si vuol continuare ad ammettere che anche piccole frazioni del corpo elettorale possano chiamare alle urne decine di milioni di persone per ribaltare quanto ha deciso il Parlamento? Benissimo. Ma allora non è assurdo che ad esse tocchi l’onere di convincere ad esprimersi la maggioranza dei cittadini. E non è scorretto che chi si oppone all’abrogazione si avvalga a sua volta di tutte le risorse che gli si offrono a tal fine.

Scelta anche tattica, l’astensione? Sì: soprattutto se si prefigura «in extremis» la sua conversione in un «no» esplicito quando si constati che il fatidico «quorum» è già stato raggiunto. Del resto, a scandalizzarsi oggi sono in molti che altre volte fecero lo stesso: perché non si vergognarono, all’epoca, di sommare il proprio «non voto» a quello di «vacanzieri» e «indifferenti»?

Altro discorso, quello del diretto coinvolgimento dell’episcopato nella contesa elettorale. Vecchio vizio, il pretendere, da preti e vescovi, il silenzio; o il concedere, al più, un parlare tanto generico da non far capire come la pensano su concrete questioni di altissimo valore etico. Loro indubbio diritto e dovere è, invece, anche proporsi e proporre rigorose verifiche di coerenza con le opzioni fondamentali del proprio essere uomini e cristiani. Però, una domanda dovrebbe inquietare il credente prima che il cittadino: c’era davvero bisogno che dei pastori d’anime si spingessero a promuovere essi stessi, sino a definirla come vincolante in coscienza, l’astensione dal voto? Scelta, lo si ripete, di per sé legittima e corretta, ma in cui si inseriscono tanti elementi di valutazione – da quelli di fisionomia più complessa, già sul piano morale, a quelli, appunto, di mera tattica – che possono rendere a loro volta legittime e corrette altre scelte. Dove va a finire la responsabilità del singolo?

Tanto di cappello a quei politici che sapranno fare (e chiedere) le dovute distinzioni. Come le fece il De Gasperi del «no» all’«operazione Sturzo» del 1952: obbediente, nell’accettare, di conseguenza, penose umiliazioni personali; ma fermo nel rivendicare la sua autonomia di laico cattolico, insieme a quella di cittadino e di statista.


Mario Chiavario – LA STAMPA 17 MAGGIO 2005

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