ROMA. Per «deliberare» occorre, innanzi tutto, «conoscere». Lo scriveva già, senza molto successo, Luigi Einaudi, nella prima delle sue Prediche inutili , cinquant’anni fa. Oggi, lo dice, forse (forse) con minore prestigio, ma certamente con maggiore audience , anche Paolo Bonolis. Pare che a share le Prediche inutili stessero già allora e, ancor peggio stiano adesso, piuttosto male. Il quale Bonolis lamenta (giustamente) di non aver potuto parlare con la necessaria libertà, quand’era in Rai, di fecondazione assistita. Inutile dire che attendiamo con molta curiosità e comprensibile speranza la «primavera di Mediaset», dopo l’«autunno in Rai» dell’ottimo Paolo. L’einaudiano «conoscere per deliberare» significa – tradotto in linguaggio politologico – «articolazione degli interessi».
Il cittadino traduce i suddetti interessi in domanda politica affinché il potere, da lui stesso democraticamente eletto, li soddisfi. Ma, per tradurre i propri interessi in domanda politica, occorre, innanzi tutto, che il cittadino sia messo nella migliore condizione di conoscerli. Non a caso, i regimi illiberali bloccano la crescita di una coscienza critica nei propri cittadini attraverso «l’isolamento culturale e altri meccanismi di espulsione immediata nei confronti di istruzioni di segno opposto provenienti dall’impatto con altre culture». A questo punto, i regimi illiberali non correrebbero rischi neppure se i loro cittadini potessero rivendicare democraticamente il soddisfacimento dei propri interessi, non avendone piena coscienza. Gli psicologi sociali la chiamano «inerzia culturale». Nei Paesi di democrazia liberale come il nostro, il sistema informativo assolve una doppia funzione. «Di integrazione», nel senso che offrono (dovrebbero offrire) un fondamento etico all’ordine esistente. «Di cambiamento», nel senso che forniscono (dovrebbero fornire) all’opinione pubblica anche gli strumenti culturali, la conoscenza, per reagire a quello stesso ordine e, se necessario, per cambiarlo.
E’ ciò che Einaudi auspicava nelle sue lontane Prediche inutili e che Bonolis rimprovera oggi alla Rai, dopo essere passato a Mediaset – la televisione di Berlusconi fonte primaria del suo conflitto di interessi (!?) -, di non avergli consentito di fare. Gli italiani saranno chiamati, infatti, a rispondere a un referendum su un problema che li tocca da vicino e che investe le loro coscienze non meno di una loro libertà, siano essi credenti, o non credenti. Ma se, da un lato, la stampa ha cercato di fornire un’informazione il più possibile esauriente e articolata, così non si può dire della televisione. Eppure, la Tv è lo strumento attraverso il quale, negli ultimi cinquant’anni, la maggioranza degli italiani ha conquistato una relativa alfabetizzazione (anche) politica, oltre che culturalmente generalistica, e che potrebbe assolvere molto proficuamente tale funzione non solo nel caso del referendum sulla fecondazione assistita, ma per ogni altro problema, politico, economico, sociale all’ordine del giorno. Non lo fa, o lo fa poco, la Rai – che come ente pubblico ne avrebbe il dovere – non lo fa a sufficienza, come potrebbe e sarebbe meritorio, la televisione commerciale, che non ne è interessata per ragioni di ascolto. In conclusione. Dove non è riuscito Luigi Einaudi, non resta che sperare ci riesca Paolo Bonolis. Non scandalizziamocene. Anche questo è un segno dei tempi. Che non è detto siano necessariamente brutti solo perché «televisivi». Anzi.
PIERO OSTELLINO – IL CORRIERE DELLA SERA 19 maggio 2005


