PUBBLICITÀ
HomeVarieLO «STRAPPO» DI RUTELLI E IL FUTURO DELL'UNIONECentrosinistra al bivio

LO «STRAPPO» DI RUTELLI E IL FUTURO DELL’UNIONE
Centrosinistra al bivio

PUBBLICITÀ


ROMA. Nel tiro alla fune che sta opponendo Francesco Rutelli e Romano Prodi non
vi è in ballo soltanto una questione tattica relativa all’ingegneria
elettorale, ma anche una questione strategica riguardante l’organizzazione
dello schieramento di centrosinistra e, più in prospettiva, dello stesso
scacchiere politico nazionale. E’ importante, per farsi un’idea di quello
che potrà accadere nel centrosinistra nei prossimi mesi, valutare le forze
in campo da una parte e dall’altra.



Francesco Rutelli, dopo lo «strappo» della scorsa settimana con cui
l’assemblea della Margherita ha deliberato di correre da sola nella quota
proporzionale, ha dalla sua la forza dei numeri. Come l’ex sindaco di Roma
ha ricordato, «le liste distinte dei partiti che formano la Federazione
dell’Ulivo possono raccogliere più voti che non la lista Uniti nell’Ulivo.
Nelle nove Regioni con liste unitarie l’Ulivo ha raccolto 640.000 voti
proporzionali in meno rispetto alle Europee di un anno fa e 1.930.000 voti
in meno rispetto alle politiche del 2001. I partiti dell’Ulivo hanno invece
raccolto con simboli distinti 425.000 voti in più rispetto alla lista
unitaria delle Europee». Cifre chiare e incontestabili, quelle snocciolate
da Rutelli, che confermano la «legge» per cui i voti raccolti dalle unioni
di partiti sono sempre inferiori ai consensi ottenuti dai singoli partiti
presi separatamente.


Ma c’è di più: oltre alle cifre, è evidente il tentativo strategico di
Rutelli (e, con lui, di Marini, De Mita e Franceschini), di segnare la
differenza della Margherita (o, almeno, della sua parte maggioritaria) dal
«prodismo» da una parte e dai Ds dall’altra. Anche se Franco Marini, in una
sua intervista al Corriere della Sera, dichiara che lo «strappo» rutelliano
ha come obiettivo quello di rafforzare l’alleanza di centrosinistra, è
chiaro che la decisione della Margherita segna – almeno per ora – la fine
dei sogni di gloria di Prodi di un listone Uniti nell’Ulivo, ed esprime il
tentativo dei Dl di qualificarsi come forza «moderata» e distinta dalla
sinistra per intercettare i consensi dei cosiddetti «delusi» e «indecisi».


PUBBLICITÀ

A questa mossa di Rutelli, quali forze reali di pressione può opporre Romano
Prodi, di là dallo sparuto gruppo di «ultraulivisti» che mercoledì, prima
del vertice della Fed, hanno contestato il leader della Margherita a pane e
cicoria? I prodiani di stretta osservanza, come Arturo Parisi, sono
minoranza nella Margherita, e ciò crea – nel partito voluto a suo tempo da
Prodi stesso – una spaccatura verticale che, in un clima da singolar tenzone
come quello di questi giorni, potrebbe portare a divisioni, scissioni,
fuoriuscite ad ampio raggio. Oltre alla fedeltà dei socialisti di Boselli, a
Prodi non rimarrebbe altro – alla fine dei conti – che il sostegno dei Ds,
sostegno che ha avuto la sua consacrazione all’ultimo congresso diessino del
Palalottomatica.


Come risposta allo «strappo» rutelliano, dunque, il Professore – che
intuisce i possibili esiti negativi della situazione attuale sulla sua
leadership – ha risposto con l’intenzione di voler mettere in campo
ugualmente una lista dell’Ulivo raccolta attorno al suo nome. Probabilmente
l’annuncio di Prodi aveva il fine da un lato di mostrare il muso duro alla
decisione della Margherita, dall’altro di valutare le reazioni dei
componenti della Fed alla sua proposta. Reazioni che, però, non sono
improntate all’entusiasmo. I fedelissimi prodiani della Margherita, per
bocca del vicepresidente del gruppo alla Camera, Franco Monaco, dichiarano
che «gli esponenti ulivisti della Margherita…si sono riuniti per aprire un
confronto tra loro e dentro il partito che muova dalla proposta avanzata
ieri da Prodi e per riflettere circa i modi e i luoghi nei quali adoperarsi
affinché sia riconsiderata la decisione assunta venerdì scorso
dall’assemblea federale del partito circa la lista unitaria dell’Ulivo». Dal
canto loro i Ds, con Gavino Angius, capogruppo al Senato, rispondono alla
proposta del Professore invocando una pausa di riflessione e sottolineando
la necessità di «una ripresa di dialogo, perchè se non ci si confronta anche
da posizioni distinte temo che davvero allora la situazione si farebbe
drammatica». Reazioni caute ed «attendiste», dunque, quelle generate
dall’ipotesi di lista dell’Ulivo rilanciata da Prodi.


Benché la decisione dell’assemblea federale della Margherita venga in
qualche modo attenuata dai suoi stessi promotori dicendo che, in fondo, essa
riguarda solo il 25% dei seggi della Camera e non tocca in alcun modo lo
schieramento dei collegi maggioritari, è chiaro che Rutelli e Marini hanno
scatenato nel centrosinistra un autentico terremoto, affossando di fatto
quell’Uniti nell’Ulivo che è sempre stata considerata da Prodi come
piattaforma di base della sua leadership e premessa imprescindibile per la
sua candidatura.


La scelta di Rutelli, del resto, non giunge come un fulmine a ciel sereno:
già da tempo si vociferava che dopo la tornata elettorale primaverile il
leader Dl avrebbe rimescolato le carte nel centrosinistra, anche tenendo
conto dei dati delle regionali e di casi come quello di Venezia e di altre
situazioni locali. Da mesi Rutelli si sentiva sul collo il fiato dei
prodiani che lo accusavano – più o meno esplicitamente – di voler dividere
l’Ulivo e di non essere abbastanza prodiano nelle sue scelte. E l’ex sindaco
di Roma, con la forza dei numeri e della maggioranza del suo partito, ha
infine deciso di scoprire le sue carte, mostrando chiaramente di non volersi
lasciare fagocitare in un contenitore unico e indistinto, e di volersi
smarcare dalle catene troppo strette – per il peso elettorale della
Margherita – di Uniti nell’Ulivo.


Le prossime settimane ci diranno se lo «strappo» di Rutelli avrà conseguenze
più grandi di quelle cui già in questi giorni ha dato vita. Ma già da ora
quello che è certo è che la leadership di Prodi appare molto più debole di
prima, tanto che Fausto Bertinotti, in un’intervista al Corriere della Sera,
suggerisce al Professore di limitarsi a fare il «gestore» dell’Unione.
Appare chiara, in tutta la sua portata, la dipendenza della leadership
prodiana dalla forza contrattuale dei singoli partiti. Sono lontani i tempi
del pullman accolto trionfalmente nelle piazze d’Italia. Restano soltanto
pane e cicoria, e « un amministratore di un condominio litigioso».

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ