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Clan dei casalesi, 29 arresti

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Un sogno, la visione della madre morta sette anni prima ma ancora sofferente e piena di rancore. Dall’aldilà Teresa Tamburrino chiedeva vendetta. Raffaele Bidognetti, figlio di lei e di un capoclan, dell’alter ego di Francesco Schiavone-Sandokan, decise di offrirle la pace ammazzando l’uomo, il medico curante, che non aveva saputo alleviare i suoi dolori di donna divorata dal cancro. Era l’ottobre del 1993, Raffaele aveva 19 anni ed era al suo primo omicidio. Il medico condotto Gennaro Falco non ebbe scampo. Dodici anni dopo un collaboratore di giustizia, Luigi Diana, ha raccontato alla Dda il movente del delitto, per il quale due anni fa erano stati già indagati Francesco e Aniello Bidognetti. Il pentito, che del boss di Casal di Principe era stato fidatissimo collaboratore, ha ricostruito movente e modalità dell’esecuzione, ha chiarito il suo ruolo, ha spiegato come procurò la pistola – una Beretta calibro 7,65 modello 70 – e perché non accompagnò il ragazzo nello studio del medico a Parete. Dichiarazioni riscontrate dai carabinieri del Reparto operativo di Caserta, ritenute attendibili dal pm antimafia Raffaele Cantone e dalla collega Ida Frongillo, che hanno firmato il decreto di fermo eseguito all’alba di ieri. E per la prima volta nella sua carriera criminale Raffaele Bidognetti, 31 anni, si trova sulle spalle un’accusa di omicidio aggravato dal favoreggiamento della camorra. Da ieri è in carcere anche per un tentativo di estorsione, una delle innumerevoli richieste di tangenti fatte dal suo clan a imprenditori e commercianti di Castelvolturno, Villa Literno, Cancello Arnone. Sono trentasei gli episodi contestati negli altri due decreti di fermo (firmati dai pm Francesco Curcio, Marco Del Gaudio, Raffaele Marino e Lucio di Pietro) che concludono tre anni di attività investigativa dei carabinieri del Reparto operativo e della Squadra mobile di Caserta. Due inchieste che si sono incrociate, sovrapposte per due mesi e poi completate. Un’indagine, fatta quasi esclusivamente con il supporto delle intercettazioni telefoniche, che ha consentito di sgominare quasi completamente la fazione bidognettiana del clan dei Casalesi. Sono ventinove, infatti, gli arresti eseguiti complessivamente nel corso della notte. Altre sei persone risultano irreperibili. A vario titolo sono accusate di estorsione, tentata estorsione, detenzione e spaccio di droga, cessione di stupefacenti, detenzione di armi, ricettazione, incendio doloso (del bar Caracas, sulla Domiziana, completamente distrutto dal fuoco il 23 novembre del 1999), danneggiamento.



ROSARIA CAPACCHIONE – IL MATTINO 8 GIUGNO 2005

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«Devo ucciderlo, l’ha detto mamma in sogno»



di ROSARIA CAPACCHIONE



Tradita dal marito, offesa dall’ingombrante e pubblica presenza dell’amante di lui. E poi sofferente, ogni settimana di più, con il cancro che le divorava la vita e l’artrosi che la paralizzava. Offesa anche in punto di morte, così credeva il figlio, da quel dottore anziano che non era riuscito ad alleviare il suo dolore e che non era corso al suo capezzale quando gridava e piangeva, e chiedeva qualche medicina che le permettesse di passare la nottata. Teresa Tamburrino, moglie di Francesco Bidognetti, morì così, a Parete, il paese dove era nata e dove era tornata negli ultimi anni di matrimonio, il 27 settembre del 1986. Con sé aveva l’ultimo dei suoi ragazzi, Raffaele, che allora aveva 12 anni. E Raffaele aveva assistito a quel dolore, a quella morte, a quelle offese. Diceva che la colpa era tutta del padre, che era stato lui a farla ammalare. E anche del dottore, Gennaro Falco, che non l’aveva saputa curare. Aspettò la vendetta, che non arrivò. Fu lui, sette anni dopo, ad armarsi e a sparare: uccise il medico Falco all’insaputa del padre, chiedendo aiuto a Luigi Diana, uomo di fiducia del clan e oggi collaboratore di giustizia. Lo fece allora, a ottobre del 1993, perché aveva sognato la madre. Raffaele era certo che neppure in quell’altro mondo la donna avesse trovato pace, che si sarebbe rasserenata soltanto dopo la vendetta, dopo la morte del dottore. Per questo ammazzò Gennaro Falco, un omicidio che fu anche il suo battesimo di assassino. È stato Diana a raccontare alla Dda il movente del delitto, per il quale due anni fa erano stati già indagati Francesco e Aniello Bidognetti. Il pentito ha ricostruito movente e modalità dell’esecuzione, ha chiarito il suo ruolo, ha spiegato come procurò la pistola – una Beretta calibro 7,65 modello 70 – e perché non accompagnò il ragazzo nello studio del medico a Parete. Dichiarazioni riscontrate dai carabinieri del Reparto operativo, ritenute attendibili dal pm antimafia Raffaele Cantone e dalla collega Ida Frongillo, che hanno firmato il decreto di fermo eseguito all’alba di ieri. E per la prima volta nella sua carriera criminale Raffaele Bidognetti, 31 anni, si trova sulle spalle un’accusa di omicidio (in concorso con Diana) aggravato dal favoreggiamento della camorra. Da ieri è in carcere anche per un tentativo di estorsione, una delle innumerevoli richieste di tangenti fatte dal suo clan a imprenditori e commercianti di Castelvolturno, Villa Literno, Cancello Arnone. Sono trentasei gli episodi contestati negli altri due decreti di fermo (firmati dai pm Francesco Curcio, Marco Del Gaudio, Raffaele Marino e Lucio di Pietro) che concludono tre anni di attività investigativa dei carabinieri del Reparto operativo e della Squadra mobile di Caserta. Due inchieste che si sono incrociate, sovrapposte per due mesi e poi completate. Un’indagine, fatta quasi esclusivamente con il supporto delle intercettazioni telefoniche, che ha consentito di sgominare quasi completamente la fazione bidognettiana del clan dei Casalesi. Sono ventinove, infatti, gli arresti eseguiti complessivamente nel corso della notte. Altre sei persone risultano irreperibili. A vario titolo sono accusate di estorsione, tentata estorsione, detenzione e spaccio di droga, cessione di stupefacenti, detenzione di armi, ricettazione, incendio doloso, danneggiamento. Sei dei provvedimenti firmati sono stati eseguiti fuori provincia (soprattutto nel Napoletano); gli altri nel Casertano. Domani saranno sottoposti all’esame dell’ufficio gip di Santa Maria Capua Vetere, che ha mobilitato un pool di giudici per gli interrogatori e per l’emissione delle eventuali misure cautelari.




Estorsioni sul litorale minacce, fuoco e terrore



Un bar, il Caracas a Destra Volturno, completamente distrutto dalle fiamme. E poi, minacce, intimidazioni, avvertimenti. Per almeno tre anni, dal 1999 all’aprile del 2002, i familiari più stretti di Francesco Bidognetti e i suoi uomini più fidati sono riusciti ad assicurarsi entrate per decine di migliaia di euro (al mese) ricorrendo allo strumento del terrore. E per uno che si ribellava, decine di altri pagavano e tacevano. Le intercettazioni telefoniche che hanno fatto da supporto probatorio ai decreti di fermo eseguiti la scorsa notte da carabinieri e polizia documentano, appunto, minacce e silenzi. E l’incasso sistematico di tangenti che andavano dai 500 ai 5000 euro. Sono trantasei, oltre all’incendio del bar Caracas, gli episodi documentati dalla Dda di Napoli. E riguardano richieste estorsive fatte a imprese edili impegnate in appalti pubblici (come il rifacimento della strada di Borgo Appio) o in forniture di materiali per i cantieri; a rivendite di ricambi per auto, di vernici, di petroli; a ristoranti, supermercati, discoteche, sale giochi, pizzerie, paninoteche; ai grossisti della distribuzione dei gelati; ai lidi balneari. Un solo imprenditore ha confermato il pagamento, dell’esistenza di un altro si è trovata la traccia scritta tra gli appunti sequestrati a Domenico Bidognetti, nipote del boss, quando fu arrestato in provincia di Benevento dopo una lunga latitanza. Il sistema era organizzato in maniera tale da sopravvivere senza scossoni anche agli interventi delle forze dell’ordine. Le indagini, infatti, hanno documento la staffetta tra due gruppi di esattori: il primo era stato individuato e i componenti erano stati arrestati. Ma le voci registrate da polizia e carabinieri, e le confessioni dei collaboratori di giustizia, hanno consentito di documentare anche il contesto nel quale si muovevano gli uomini del clan Bidognetti: la guerra ai rivali del gruppo Schiavone, l’alleanza con i mondragonesi del clan La Torre, che comparirà più tardi nelle indagini sull’omicidio del sindacalista Federico Del Prete. Tra i capi d’imputazione c’è anche il tentato omicidio di Raffaele Zippo, il 25 marzo del 2000 (Zippo fu ucciso successivamente, il 4 dicembre del 2001), atto di sangue che segna uno dei momenti più cruenti del conflitto. E molto spazio è dato al traffico di droga, gestito dai bidognettiani in collaborazione con alcuni napoletani e con un paio di mondragonesi. Si va dallo spaccio di eroina all’hascisc. Curioso il dettaglio relativo all’acquisto di una partita da un chilo e duecento grammi di eroina: era stata comparata da un ricettatore, che a sua volta l’aveva avuta da uno slavo che l’aveva rubata in un appartamento. Quanto all’hascisc, i telefoni hanno documentato lo smercio di quasi quaranta chili di droga. In codice, erano cuccioli di pitbull o di rotweiler piazzati sul litorale o acquistati a Scampia. r.cap.








SIMULAZIONE SCOPERTA DURANTE L’OPERAZIONE ANTICAMORRA

Falso invalido per evitare l’ergastolo




È lo stato maggiore del gruppo Bidognetti, fazione potentissima del clan dei Casalesi ora alleata, ora contrapposta alla famiglia di Schiavone-Sandokan. È un sottoclan che conta su decine di affiliati, che spazia su un territorio che si estende da Mondragone a Castelvolturno, da Villa Literno a Casal di Principe, e fino a Mugnano, Villaricca, Giugliano. Il blitz della scorsa notte lo ha decimato. Sono ventinove le persone finite in carcere con accuse che vanno dall’omicidio al tentato omicidio, dall’estorsione allo spaccio di droga. E al momento dell’esecuzione dei provvedimenti restrittivi, è stata scoperta anche una simulazione, quella di Enrico Verde. Condannato all’ergastolo, stava scontando la pena agli arresti domiciliari perché affetto – così avevano certificato le perizie – da un gravissimo disturbo neurovegetativo: non parlava, non camminava, non capiva. È durata fino a quando i carabinieri e il pm Francesco Curcio non hanno iniziato a controllare la sua casa. Muto il telefono ma tra le voci che arrivavano dall’interno dell’abitazione, a Villa Literno, c’era anche la sua: per nulla strascicata, anzi vigile e spesso arrogante. La malattia, insomma, era falsa. All’alba di ieri il bluff è stato scoperto: quando ha visto in manette anche il figlio ha avuto un sussulto e si è tradito. Queste le persone arrestate: Michele Bidognetti, 44 anni, di Casal di Principe, fratello minore del capoclan Francesco, noto come Cicciotto ’e mezzanotte; Raffaele Bidognetti, 31 anni, figlio del boss, nato a Villaricca e residente a Parete; Mario Cavaliere, 33 anni, di Casal di Principe; Alessandro Cirillo, 29 anni, di Casal di Principe; Luigi Cirillo, 64 anni, di Casal di Principe; Pasquale Cirillo (fu Nicola), 34 anni, di Casal di Principe; Bernardo Cirillo, 39 anni, di Casal di Principe; Andrea Conte, 42 anni, di Castelvolturno; Domenico D’Alterio, 39 anni, di Capua; Francesco Di Maio, 37 anni, di Mugnano; Giosuè Fioretto, 42 anni, di Marianella di Napoli; Nicola Gargiulo, 37 anni, di Lusciano; Stefania Martinelli, 27 anni, di Aversa (moglie di Giuseppe Setola, arrestato qualche tempo fa a Pompei); Francesco Miraglia, 42 anni, di Mondragone; Ernesto Montella, 50 anni, di Napoli; Pasquale Morrone, 53 anni, di Castelvolturno (capozona dell’area domiziana per conto del gruppo Bidognetti); Giovanni Russo, 38 anni, di Castelvolturno; Pasquale Sarnataro, 33 anni, di Napoli; Pasquale Setola, 41 anni, di Casal di Principe; Antonio Verde, 25 anni, di Villa Literno; Enrico Verde, 49 anni, di Villa Literno, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Davide Orabona (commesso il 14 ottobre del 1998); Massimo Iovine, 27 anni, di Villa Literno; Franco Letizia, 38 anni, di Aversa; Antonio Liguoro, 36 anni, di Napoli; Nicola Loffredo, 37 anni, di Maddaloni (indicato come il capozona dell’area maddalonese per conto del gruppo Bidognetti); Carmine Micillo, 52 anni, di Villa Literno; Biagio Sabatino Sciorio, 40 anni, di Cancello Arnone; Raffaele Simonelli, 35 anni, di Aversa; Placido Tonziello, 42 anni, di Aversa.




IL MATTINO ED. CASERTA 8 GIUGNO 2005

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