VILLARICCA. Riprendiamo il nostro discorso integrato sulla materia della gestione ottimale dei rifiuti. Nello scorso articolo ho esposto le problematiche connesse alla raccolta differenziata e tutto ciò che riguarda la fase preliminare di selezione. Ora ci occuperemo della fase successiva: ci occuperemo del “riutilizzo” del rifiuto proveniente dalla raccolta differenziata. Definire rifiuto il materiale proveniente dalla raccolta differenziata non è del tutto giusto, in questo caso lo definiremo come una “fonte non convenzionale di materie prime”. Per rendere tutto più chiaro vi propongo il mio solito esempio. I rifiuti differenziati da Gennaro Esposito arriveranno in un impianto specializzato nel riutilizzo nel quale si attueranno una serie di operazioni che porteranno alla produzione di un maglione in materiale sintetico grazie alle dodici bottiglie di plastica gentilmente messe da parte dal nostro amico. Purtroppo le bottiglie di plastica che il Mezzarecchia ha deliberatamente lanciato nella direzione del suo rivale non avranno la stessa sorte, al più saranno date al rogo come vecchie streghe medioevali dalle stesse persone che dicono “no al termovalorizzatore”.
LA SEPARAZIONE. Il principio base di un impianto per il riutilizzo è quello di “separare i rifiuti differenziati” e lo si attua con tutta una serie di macchinari più o meno complessi. All’impianto arriva un’accozzaglia di oggetti che le macchine, in funzione del peso, del colore e delle dimensioni provvedono a separare. La prima fase è detta di “accettazione” e consiste nello stoccare il rifiuto differenziato in apposite aree. La seconda è la fase di “riduzione delle dimensioni” e serve a conferire al rifiuto una pezzatura omogenea. La “separazione” è la terza fase ed è la più delicata. L’ultima fase è la “compattazione”, che serve a ridurre i volumi dei materiali recuperati per consentirne un più facile trasporto. La riduzione delle dimensioni si opera con apparecchiature che “frantumano” il materiale da recuperare il modo da conferirgli una pezzatura più o meno omogenea. Le apparecchiature sono varie a seconda del tipo di materiale da trattare. La fase che opera la separazione del materiale deve essere accuratamente progetata e gestita. Si opera con macchinari definiti “vagli” perché operano la “vagliatura” e cioè la separazione con dei setacci del materiale. Altra metodologia è quella “gravimetrica” che si basa sulla differenza di peso dei diversi materiali, lo si fa con separatori “balistici”: si lancia il rifiuto, il più leggero cadrà più lontano del più pesante. Vi è anche la separazione “magnetica” ottima per i materiali ferrosi. Ultimo strumento per operare la separazione è detto “scanner” e opera la separazione ottica del rifiuto: in base al colore. La fase di “compattazione” serve per ridurre i costi di trasporto e la si opera con macchine compattatici a rullo.
GLI IMPIANTI DI C.D.R.. Un impianto simile a quello per il riutilizzo è l’impianto per la produzione di C.D.R. Le fasi sono le stesse solo che la maggior parte del materiale recuperato è utilizzato per produrre C.D.R. e non maglioni o altro. Se ho materiale non precedentemente selezionato, come accade dalle nostre parti, oltre al materiale recuperato ad ai sovvalli, si ottiene la cosiddetta “F.O.S.” (Frazione Organica Stabilizzata). Stabilizzare un organico significa far avvenire tutte le reazioni di degradazione che altrimenti avverrebbero in natura e lentamente. Tutti sappiamo che nelle discariche si produce biogas, percolato e quant’altro, nella fase di stabilizzazione tutto ciò avviene in modo rapido e controllato. La F.O.S. è di norma utilizzata come terreno di ricoprimento delle discariche, operazione lecita e tecnicamente ottimale. Il C.D.R così prodotto andrebbe utilizzato come combustibile negli impianti di termovalorizzazione, che non sono ancora stati ultimati.
DODICI BOTTIGLIE DI PLASTICA PER UN MAGLIONE SINTETICO
Come funziona il riutilizzo dei rifiuti differenziati
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