A Napoli dovrebbero mettere una tassa sui commenti: chi arriva da fuori e tenta di spiegare quel che vede, paghi. Una tassa leggera per le critiche frettolose, che vanno trattate con indulgenza: una città con un aeroporto quasi britannico, una metropolitana un pò tedesca e strade molto mediterranee dove i motorini corrono come in un videogioco, confonde le idee.
Una tassa più pesante, invece, sui complimenti: come altre città fascinose e manomesse, Napoli è vittima dal folklore consolatorio. Ogni volta che sento una milanese o un romano cinguettare in televisione «Viva Napoli e il Vesuvio!» penso agli amici napoletani furibondi. Vogliono consigli per arrivare a una città utilizzabile, non generica adulazione: che sa di cautela ipocrita, e non porta a niente.
Per evitare tasse e figuracce, dico solo: nel resto d’Italia non ci rendiamo conto di cosa sta succedendo qui a Napoli. Tredici rivolte contro la polizia in cinque mesi: l’ultima è accaduta in città (piazza Ottocalli), non nella periferia di Scampia. L’assessore alla sicurezza (!), Nicola Oddati, rapinato della Renault Scenic da quattro ragazzi armati di pistola: alle dieci di zera, a Fuorigrotta, dove la gente passeggia e lecca il gelato. L’omicidio Giuliano, qualche mese fa, è avvenuto a via Tasso, salita borghese verso il Vomero, non in qualche discarica di Casoria. Le ragazzine di buona famiglia, belle e sorridenti, giravano intorno alla macchia di sangue quando attraversavano la strada per andare a scuola.
Non ci vuole un genio – basta perfino un giornalista – per capire che il cerchio si sta chiudendo: il centro di Napoli sta conoscendo i drammi delle periferie, e fra poco non ci sarà più un posto dove scappare. Anzi, uno c’è: il sobborgo elegante, blindato, protetto. E’ la via che hanno scelto a Buenos Aires, a Rio de Janeiro, a Mosca, a Los Angeles: davanti all’avanzata della violenza, si scappa e ci si barrica. Spero che i napoletani non cedano a queste tentazione, che è comune a molti connazionali. Le violenze sulle ragazze (a Milano, a Bologna) non procurano solo inevitabile angoscia e battute inutili di Calderoli: prima o poi spingeranno qualcuno a pensare: «Armiamoci! Barrichiamoci! Lasciamo che i disperati, indigeni o d’importazione, s’ammazzino tra loro nel ghetto che avanza!». Così hanno fatto nelle città brasiliane, nella capitale argentina o russa, e in tante metropoli americane. Una ritirata tattica, insomma, dopo aver ceduto il territorio. Ma è una soluzione pessima e miope: il territorio non si molla. Si difende.
L’Italia non è un paese magnifico solo perché ha i dipinti di Giotto nelle chiese: piace – a noi, agli stranieri – perché funziona secondo l’assunto di e-Bay (fatevi spiegare dai figli cos’è): «Tutti sono buoni, fino a prova contraria». E buoni e fiduciosi siamo davveri: anche i furbi tra di noi, davanti a una richiesta d’aiuto per strada, sorridono e non si tirano indietro. Credete a uno che gira molto: tanti americani, molti russi, troppi argentini e parecchi brasiliani hanno smesso di sorridere. Noi sappiamo farlo, perché – per adesso – sappiamo ancora stare insieme: nelle piazze e nelle vie, nelle scuole e negli ospedali, perfino negli stadi (deficienti permettendo). Non è socialismo; è una conquista sociale, e possiamo andarne orgogliosi.
I napoletani non mollino, e noi aiutiamoli a non mollare. Perché quello che succederà qui, accadrà nel resto d’Italia. Si vince o si perde tutti insieme. E questo, nella tragedia, è un bene.
BEPPE SEVERGNINI – Dal Corriere della Sera
«CON NAPOLI
VINCIAMO OPPURE PERDIAMO TUTTI»
Severgnini: «Città vittima dal folklore consolatorio»
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