PUBBLICITÀ
HomeVarieDonna gettata tra i rifiuti, orrore a Caivano

Donna gettata tra i rifiuti, orrore a Caivano

PUBBLICITÀ


CAIVANO. Il suo corpo è stato scaraventato tra i sacchetti dell’immondizia in via Spinesi a Caivano. Ieri mattina, un netturbino ha notato una gamba spuntare dai sacchi di plastica e ha dato l’allarme. Raffaellina Trappoliere, 46 anni, mamma di cinque figli, convivente di un esponente del clan Natale, è stata trovata così, priva di vita, in vestaglia da notte. E la sua morte si è subito tinta di giallo. Non si esclude che la donna, mamma di cinque figli, possa essere stata vittima di un’overdose, ma i carabinieri hanno notato una frattura al polso e una serie di ecchimosi al collo. Segni che portano dritto alla pista dell’omicidio. Negli ambienti investigativi si fa strada un’ipotesi agghiacciante: Raffaellina Trappoliere, potrebbe essere stata interrogata perché aveva ospitato nei giorni scorsi un nemico del clan Natale e poi uccisa. Ultimo sfregio: l’hanno abbandonata nell’immondizia, in segno di disprezzo. Qualche minuto dopo la scoperta dal cadavere, in via Spinesi sono arrivati i carabinieri della compagnia di Casoria, diretta dal capitano Emanuele De Santis e i militari della locale tenenza. Un primo esame, effettuato dal medico legale, ha permesso di accertare che la morte della donna è avvenuta tra la mezzanote e l’una. È possibile, dalle ecchimosi rilevate intorno al collo, che sia stata strangolata e poi trascinata via verso i cassonetti di spazzatura che si sono trasformati nella sua bara, come dimostrerebbero le ferite sul suo corpo martoriato. Intanto ieri il cadavere è stato trasportato all’istituto di medicina legale, dove oggi verrà effettuata l’autopsia. E proprio da questo esame gli investigatori si aspettano i primi riscontri per quella che si annuncia un’indagine difficile, complicata dal muro di omertà che sempre accompagna fatti delittuosi in questa zona, specie se questi hanno a che fare con la camorra. Raffaellina Trappoliere, che a Caivano tutti conoscevano come «Lella ’a bambola», aveva avuto molti guai con la legge. Bruna, molto appariscente e bella fino a quando non è diventata tossicodipenente, era un personaggio di rispetto nell’intricato modo della malavita organizzata di Caivano. E proprio nella sua vorticosa vita privata, nell’attività di spacciatrice di kobrett – la micidiale droga sintetica – e nei contatti con la malavita organizzata di Caivano, che gli inquirenti cercano la chiave di lettura di questo misterioso omicidio. E anche se gli investigatori non lo confermano, sembra che Raffaellina Trappoliere da qualche notte non dormisse più nella sua abitazione di via Rosano, che dista solo qualche centinaia di metri dal luogo dove è stato trovato il cadavere. Negli ultimi tempi, la donna avrebbe offerto ospitalità e forse anche un appoggio logistico a personaggi di una cosca della vicina provincia di Caserta, che sono in forte contrasto con il clan La Montagna, la cosca che dopo aver spazzato via tutti i componenti del gruppo Castaldo, controlla tutte le attività illecite a Caivano e comuni vicini. E allora perché Raffaellina Trappoliere, non dormiva più a casa sua? Temeva qualcosa, qualcuno? Dove ha trascorso la notte tra sabato e domenica? Perché l’assassino o gli assassini l’hanno interrogata fino a spezzarle un polso? Perché quei segni evidenti sul collo, come se una mano avesse stretto la gola della donna in una morsa mortale? Chi ha infierito contro di lei l’ha fatta con rabbia, data la violenza dei segni lasciati sul suo corpo e, quasi come a mandare un messaggio intimidatorio a chi tradisce, ha lasciato che il suo cadavere fosse ritrovato in un cassonetto della spazzatura.


MARCO DI CATERINO




LINA LA BAMBOLA, UNA VITA SPEZZATA DALLA DROGA

PUBBLICITÀ



diENZO CIACCIO


Caivano
. Un cencio tra i rifiuti. Come immondizia nell’immondizia. Chi passa, spreca un mezzo sguardo. E se ne scappa al mare. E qui a terra non resta che un cadavere di donna, 46 anni, madre di cinque figli avuti da un matrimonio e da una convivenza. Un povero cencio, riverso tra le siringhe umide di sangue, le videocassette di Minnie e Paperino e perfino un vecchio frigorifero abbandonato in strada perché più non serve. Raffaellina Trappoliere, troppa eroina e cattive compagnie, indossava solo una vestaglietta corta di cotone beige. Ed era senza scarpe. ’A briz era il suo contronome, ispirato alla famosa bambola. E infatti ’a bambola la chiamavano nella vicina via Rossano, dove abitava con la madre ammalata. Lei conosceva bene quel ricettacolo di immondizia, dove tutte le sere – complice il buio – si accumulano i disperati della zona per drogarsi senza esser visti. Via Spineti è un grigio serpentello di asfalto senza case né anima. Duecento metri di sterpaglie e malinconia, di rifiuti urbani e di rifiuti umani, lager ideale per chi vuol farsi male senza concedersi pietà né tregua. Sul corpo della donna, i carabinieri coordinati dal maggiore Cagnazzo, che comanda il nucleo operativo del gruppo di Castello di Cisterna, e dal capitano De Sanctis, hanno riscontrato segni di lesioni: la donna presentava ferite a un polso, forse fratturato, nonché numerosi lividi al collo e altre abrasioni che denotano con molta probabilità una violenza subìta. Una violenza. Ma da parte di chi? E per quali motivi? Un fatto è sicuro: secondo il medico legale che ha disposto l’autopsia, la donna – che ha precedenti penali per spaccio di sostanze stupefacenti – non sarebbe morta in quel rigagnolo di rifiuti, dove è stata trovata. La vestaglietta, l’assenza delle scarpe, dimostrerebbero che la sua morte sarebbe avvenuta altrove. E che perciò qualcuno, probabilmente in auto, l’altra notte ha scaricato lì il suo corpo già ormai senza vita. Senza vita, ma perché? Perché uccidere una madre di cinque figli, per giunta tossicomane? Uno sgarro nel mondo dello spaccio? Una vendetta trasversale? Raffaellina potrebbe essere stata strangolata. Oppure quei segni sul collo non c’entrano nulla con la sua morte, che potrebbe essere stata causata più banalmente da un’overdose. Un’overdose, però, può anche essere procurata. Per punire qualcuno. Se no perché – se era davvero stata colta da overdose – trasportarla nello sversatoio? Tra le decine di siringhe che orrende giacciono nel luogo, è stata trovata anche una boccettina di Nootropil, ancora intonsa. Il Nootropil è un farmaco che stimola l’attività cerebrale. Quel farmaco apparteneva alla donna trovata morta? E se sì, perché Raffaellina aveva portato con sè quella boccettina? Forse quel farmaco serviva per la mamma, che appunto è stata tempo fa colpita da ictus e ha bisogno di queste medicine? Tanti interrogativi, ma la pista dell’omicidio non appare peregrina. Lo attestano quei segni di violenza sul corpo. Lo conferma l’esistenza sgangherata di questa donna fragile e sfortunata, che ha incrociato per compagni prima un pregiudicato, Santo Cocchiariello, ucciso anni fa in occasione di un duplice omicidio consumato nel vicino «parco verde» di Caivano, e poi un altro pregiudicato, che gli inquirenti oggi indicano come esponente del cosiddetto clan Natale. Droga, camorra, case alveari. Periferia mortifera. Qui per dieci euro gli anziani squagliano con l’accendino le palline di cocaina dopo averle racchiuse nei sacchetti della spazzatura. E al parco verde costa trentamila euro all’anno «l’affitto» di un viale dove smerciare droga col permesso del clan. Salvatore Natale, detto ‘o zuppariello, fu ammazzato nel settembre del ’99 da quattro killer travestiti da poliziotti. Sbarrarono la strada, entrarono in cortile. E lo seppellirono sotto centocinquanta proiettili. Per la droga, Caivano è una specie di zona franca: a quelli di Afragola, che comandano, non interessa quale clan sia vincente. L’importante è che ogni mese paghi pegno. Puntuale e ubbidiente. «Ma che volete?… Niente, noi non sappiamo niente…», sussurra ora la sorella ingoiando a stento lacrime di paura. Via Rossano è un budello stretto e cupo, dove i guaglioni a cavalcioni delle moto vigilano paciosi che tutto fili liscio in questa domenica a trenta gradi. Serrande abbassate, pomodori a bollire, odore di vacanze. Dietro a un cancello, al piano terra, c’è la casa di Raffaellina. E si intravede la mamma anziana, colpita da ictus, che a tratti scoppia in pianto e biascica in un rantolo quel soprannome che le si impiccia in gola: «Bambulèeee, rispùnne bambulèeee!…», ripete a tratti al ritmo di una nenia. Racconta la suocera, con gli occhi spenti e le braccia gomitolate in seno: «No, è troppo ammalata e perciò non le abbiamo detto niente di quel che è successo. Ma lei ha capito tutto… non so come diavolo abbia fatto, ma ha capito che Raffaellina adesso non c’è più». E la sorella, ora malinconica: «Già, mannaggia: non c’è più. Ha sepolto la sua vita sotto un mucchietto di rifiuti». In mezzo alle sue siringhe, abbracciata ai rifiuti. Ed eccolo, il mistero di Raffaellina. Un cencio accanto a un frigorifero. Scassato come lei. E perciò da buttar via.



IL MATTINO 18 LUGLIO 2005

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ