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LA FEROCIA IN FAMIGLIA
Il duplice delitto di Brescia
Odio e paura dietro la follia

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BRESCIA. I cadaveri di Aldo e Luisa Donegani, i coniugi bresciani
scomparsi il 30 luglio dalla loro casa, sono stati trovati nella
zona di Berzo Demo, presso il passo del Vivione. Sono stati fatti a pezzi e gettati in un dirupo dentro sacchi della spazzatura. Il loro nipote e coinquilino Guglielmo Gatti, 41
anni, è stato fermato per duplice omicidio volontario e occultamento di cadavere. A determinare la svolta nelle indagini

é stato un bambino, che avrebbe riconosciuto il nipote della coppia mentre era in macchina con il padre nei giorni successivi

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alla sparizione (forse il giorno dopo, domenica 31 luglio):

Gatti era nella zona in cui i corpi sono stati ritrovati. Gli

uomini della Forestale continuano intanto a cercare le teste dei

due coniugi.






Soldi, angoscia e rabbia:
la lunga storia dei family killer





di
CORRADO AUGIAS




La ferocia. Il primo elemento che colpisce è la ferocia. Si fa presto a dire “barbaramente assassinati” ma bisogna saperlo che cosa vuol dire fare a pezzi un corpo umano, settanta chili di carne, ossa e sangue che dilaga e intride la terra o corre insinuandosi tra le sconnessure del pavimento. Quando (se) si ritroverà il luogo dell’esecuzione si vedrà che le tracce profonde del sangue versato ci sono ancora, anche se a occhio nudo sembrano scomparse. Da dove nasce una tale ferocia? Gli specialisti conoscono la risposta. Nasce dall’odio. O dalla paura.



Quel tipo di ferocia c’è nei delitti di mafia: il corpo della vittima mutilato, “incaprettato”, gettato tra i rovi perché muoia per lento dissanguamento e abbia tutto il tempo d’assaporare la sua agonia. L’odio escogita quelle movenze, lo alimenta una cultura barbarica, la spietatezza del fine: eliminare un nemico, spargere il terrore, fare in modo che la crudeltà dell’esecuzione scoraggi chiunque altro dal ripetere lo stesso errore: parlare con la gente sbagliata, cercare di impadronirsi di una parte del bottino, essere sleali con i capi. Ma la ferocia può nascere anche dalla paura, che in qualche circostanza significa cautela, ed è probabilmente il nostro caso. La ferocia diventa in questo modo una parodia del delitto perfetto le cui prime regole sono la dissimulazione del movente o la scomparsa del corpo del reato vale a dire il cadavere, o i cadaveri, appunto.



Un assassino di questo tipo studia a lungo le sue mosse. Individua il luogo, lo esamina, reperisce gli strumenti, escogita i diversivi, prevede i possibili intoppi, si premunisce contro alcuni imprevisti. Mentre cova il proprio rancore si affida apparentemente a una gelida calma; è consapevole che dalla “perfezione” dei suoi movimenti dipenderà il buon esito del suo crimine. Con quale pretesto Aldo Donegani e Luisa De Leo sono stati indotti a muoversi dalla loro casa? Il loro è stato uno spostamento almeno in parte, almeno inizialmente, spontaneo? Se sapremo che questo è stato l’avvio del loro ultimo viaggio, a che punto è intervenuto il loro assassino? O altrimenti: con quali motivazioni e pretesti il loro assassino li ha indotti a lasciare la casa? Le risposte a queste domande serviranno a chiarire le movenze di questo duplice omicidio ma andranno anche ad arricchire gli archivi della criminologia perché il comportamento delle vittime in casi come questo diventa rivelatore quanto quello del loro carnefice.



Prima del ritrovamento di ieri mattina, per diciotto giorni i carabinieri hanno battuto ogni possibile pista mantenendo sempre al centro dei loro sospetti il nipote quarantunenne Guglielmo Gatti. Le circostanze nelle quali i coniugi erano scomparsi facevano intuire o una (improbabile) fuga o un omicidio preparato con ogni possibile cura. Era naturale che nella situazione data Guglielmo Gatti finisse per diventare il sospettato numero uno. Se l’ipotesi investigativa fosse confermata ci troveremmo ancora una volta di fronte a un omicidio maturato in ambito familiare, uno di quei delitti che la cronaca ciclicamente ripropone, perpetrati o per un interesse economico o per quel senso di ribellione che il mondo chiuso della famiglia può far insorgere quando sembra trasformarsi in un ostacolo intollerabile alla propria libertà.



Eppure il delitto Donegani si discosta dalla maggioranza degli omicidi maturati in ambito familiare che spesso sono caratterizzati da un’esecuzione d’impeto oppure da simulazioni di tale scombinata ingenuità da risultare subito rivelatrici. Erika De Nardo e Omar Favaro, i due giovani omicidi di Novi Ligure (febbraio 2001) in un primo tempo tentarono di depistare le indagini accusando dell’uccisione di Susy Cassini (madre di lei) e del fratellino Gianluca, alcuni ‘immigrati clandestini’. Bastò poco a farli crollare, Omar soprattutto; venne alla luce un mondo di fantasie adolescenziali contorte, un’aspirazione cinica e tuttavia quasi infantile alla “libertà”. Descrivendo il temperamento di Erika, lo psichiatra Nicola Lalli la definì: “Affetta da una psicopatologia grave con un contrasto stridente tra un’assoluta adeguatezza alle regole sociali e, al contrario, un’immensa freddezza nel compiere atti efferati”.



Ferdinando Carretta invece riuscì a reggere a lungo. Aveva 27 anni quando uccise (Parma, agosto 1989) il padre Giuseppe, la madre Marta Chezzi, il fratello Nicola. I tre sparirono di colpo dalla circolazione, le indagini rimasero per molto tempo ferme. Non le rianimò nemmeno il ritrovamento a Milano del camper di famiglia. I sospetti su Ferdinando c’erano ma senza prove e per anni tutti pensarono che la famiglia si fosse allontanata rifugiandosi nei Caraibi, fuga forse motivata dall’esistenza di fondi neri nella ditta in cui Giuseppe Carretta lavorava. Poi nel novembre 1998 Ferdinando finalmente confessò di esser stato lui a sterminare la famiglia guadagnandosi l’ospedale psichiatrico giudiziario.



Ci sono stati casi in cui i giovani autori, consumato il loro delitto, sono andati a passare la serata in discoteca. Così per esempio Pietro Maso (Montecchio di Crosara, 1991) dopo aver ucciso, con l’aiuto di tre amici, i propri genitori per “darsi alla bella vita”. Forse qualcuno ricorda ancora il caso di Doretta Graneris uno dei casi più lontani (Vercelli, 1975); il crimine suscitò un’emozione profonda; per la prima volta una ragazza di 19 anni, aiutata dal fidanzato, sterminò una famiglia di cinque persone (i genitori, un fratello, due nonni) per impadronirsi dell’eredità con cui voleva sposarsi. Ma a parte il caso di qualche ‘imbecille morale’, affiora spesso dai delitti consumati in famiglia un fondo di angoscia. Ho sotto gli occhi la lista degli assassinii in ambito familiare commessi in Italia negli ultimi decenni. Nella maggioranza netta dei casi segue al gesto omicida il suicidio o il tentato suicidio dell’autore.



In quale categoria dovremo far rientrare il duplice omicidio Donegani se le ipotesi investigative venissero confermate? Lo decideranno due elementi. Il comportamento dell’autore e le motivazioni che darà al gesto e alla sequenza delle sue azioni; poi il movente reale che lo ha portato a uccidere. Ci troveremo ancora una volta di fronte a un motivo d’interesse o forse a una reazione di rabbia, fredda e incontrollata nello stesso tempo, per un diritto negato, uno di quei risentimenti che in ambito familiare possono covare fino a esplodere.



LA REPUBBLICA 18 AGOSTO 2005





L’inferno dei sentimenti



di Nico Orengo



VAI al supermercato, con
tua moglie a comprare due
verdure, da riportare a casa
in quei tristi e sanitari sacchetti di
plastica bianca e ti ritrovi, senza
saperlo e, quello che è peggio:
mai saprai, dentro una decina di
buste sempre di plastica, ma
questa volta nere, da immondizia
o obitorio per rifiuti, scomposto,
più scomposto di un pollo disossato
da un incapace manovratore di
cesoie. Uno di quelli che durante
un inelegante, estivo barbecue, si
offre sul bordo della graticola.
Altro che «teatro della crudeltà
» di artaudiana memoria, questa
è piccola stupidità quotidiana,
ormai. Una stupidità che ha la sua
onda lunga, e non tanto, più
ideologica da noi delle efferatezze
di Villarbasse, ma il vuoto di
valori raccontato da Truman Capote
in «Sangue freddo», in America.
Ma anche senza far troppa
strada, il Pietro Maso, che seccò i
suoi genitori per farsi, con l’eredità,
una pizzeria: progetto, fra
mezzi e fini, oggi da considerarsi
già ambizioso, non appena verremo
a conoscenza di quei resti,
mani e tronchi derupati in Valcamonica.
E’ che anche la violenza ha
perso di «forma», di formalità, di
cultura, sì: primitiva, molto primitiva,
ma appunto per questo
vicina a simbologie e ritualità, per
non dire: regole. Ci sono guerre in
atto, molte immagini di guerre,
echi di dolore e qualcuno se la
trascina, fra tinello e cavalcavia,
nei pressi di casa, partecipa del
conflitto per la stupidità di immunizzarsene,
forse. Ma così facendo
non sfugge al grandguignol, in
ricerca di fermarlo, ma spinge
sull’atrocità banale, senza nessuna
eleganza, che non fa che alimentare
quella che Bernanos chiamava:
«L’inferno dei sentimenti».



LA STAMPA 18 AGOSTO 2005





Quella ferocia tra le mura di casa





di
EUGENIO MAZZARELLA



Il giallo dell’estate ha avuto l’epilogo peggiore. Il più tragico. E orribile. I cadaveri smembrati dei coniugi Aldo e Luisa Donegani sono stati ritrovati in un burrone della Valcamonica: le teste staccate dai tronchi, i corpi tagliati a pezzi a colpi di cesoia e chiusi in sacchetti della spazzatura. Nel dirupo, sparsi tra i rovi, sono stati recuperati anche i resti dell’ultima spesa fatta il 30 luglio in un supermercato. Una furia omicida che lascia sgomenti. Attoniti. Il nipote, Guglielmo Gatti, visto aggirarsi una settimana fa nella zona del ritrovamento e già più volte interrogato dagli investigatori, ieri pomeriggio è stato formalmente fermato: l’accusa è di duplice omicidio volontario. Era stato lui stesso, che abitava nel villino con gli zii, a denunciarne la scomparsa. La speranza che i coniugi si fossero allontanati senza avvertire nessuno, per uno spensierato desiderio di fuga da una anonima e grigia quotidianità, è sfumata con il passare dei giorni: troppi indizi deponevano contro questa ipotesi, a partire da alcuni appuntamenti presi per i giorni successivi alla scomparsa. Il macabro quadro, a questo punto e a meno di clamorose sorprese, sembra riproporre la ferocia quasi rituale dei più efferati delitti in famiglia. Ovvero quando all’omicidio non si accompagna solo un movente più o meno futile o abietto, ma un lungo odio covato negli anni, una perversione della relazione affettiva che non lascia scampo alla pietà. Anzi, per placarsi, ha bisogno dello scempio più osceno delle vittime. Le cronache degli ultimi decenni sono state punteggiate da omicidi assimilabili a questa tipologia: un piccolo mondo che, nel sentire perverso degli assassini, doveva sparire. Un piccolo mondo che doveva essere annientato in un rituale necrofilo di espiazione delle (presunte) colpe delle vittime. È stato il caso di Doretta Graneris, che a 19 anni, nel lontano 1975 a Vercelli, uccise con l’aiuto del fidanzato i genitori, il fratello tredicenne e i nonni; di Ferdinando Carretta, che a Parma, nel 1989, ammazzò padre, madre e fratello, inscenando poi una fuga ai Caraibi; di Pietro Maso, che assassinò a bastonate con l’aiuto di tre amici, in provincia di Verona, i genitori per impossessarsi dell’eredità; di Erika e Omar, che a Novi Ligure massacrarono la madre e il fratellino di lei a colpi di coltello, inscenando la farsa della rapina finita nel sangue ad opera di una banda di albanesi. In tutte le vicende – come un filo rosso – è emerso il disagio, fortissimo, che poi avvelena i rapporti familiari fino all’esplosione di una ordinaria follia. Più alta evidentemente è la soglia della censura, del tabù da infrangere da parte del comportamento deviante, più straripante è l’energia malefica che deve trovare sfogo. È qualcosa che eccede in maniera così vistosa i parametri fisiologici della conflittualità domestica che bisogna inoltrarsi nella zona «grigia» dell’irrazionale, tra normalità e follia. In quella sfera del male che abita in noi e non cessa mai di inquietarci nella sua «inumanità». Eppure è proprio questa «inumanità» ad essere solo e tutta umana: nessun animale fa scempio del corpo della vittima al di là del suo bisogno di difendersi o di alimentarsi. Solo l’uomo, nell’uccidere, placa sentimenti che proprio perché inumani sono del tutto umani. Dunque devastanti. E abietti. La faccia banale del male che si annida dentro di noi. Anche nel caso dei coniugi di Brescia l’assenza terribile di umanità ha bussato alla nostra stordita coscienza. Forse non c’è proprio nulla da sorprenderci. Nemmeno del nostro amaro stupore di fronte a immagini di tanta ferocia. La ferocia che si annida tra le mura di casa.




IL MATTINO 18 AGOSTO 2005




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