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LASCIATE LIBERI QUEI QUATTRO PAZZI. CHE NON FANNO MALE A NESSUNO (PURTROPPO)
Officina 99: il Comune acquista il centro sociale di Gianturco, ma ora vuole «regolarizzarlo»

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Play e parte “Nero”; la voce è quella di Franco Ricciardi, faccia scura della Masseria Cardone, neomelodico del “terzo mondo”. Canta “siamo tutti africani”. La sua voce si mescola con quella di Zulù dei 99 Posse, faccia “scura” di Villaricca, pelle lucida e tatuaggi, rapper della circumvallazione. Insieme hanno fatto un pezzo, anni fa. Ha girato poco ma s’è fatto “sentire”. Il pezzo fa “nero, nero, nero, nero, nero, nero, questo cuore; nero, nero, nero, nero, nero, questo amore”. Parla di radici d’oriente, foresta metropolitana, mescola umori e provenienze, rap e melodia da matrimoni. Contamina e miscela la rabbia per “un mondo che c’ha preso tutto e che ci vuole rubare anche l’anima”. E batte nero, nero, nero, nero questo cuore…
Zulù e Franco Ricciardi si sono incontrati lì, a Officina 99, a Gianturco, in un capannone dismesso, sull’ombelico del cadavere di una zona industriale che ha visto transitare imprenditori illuminati che dopo aver intascato le commesse di Stato e aver fatto l’inchino a “’O Ministr” sono scappati con la cassa lasciando la bara alla contemplazione di una città con troppi vaccini in circolo. In quel capannone abbandonato da un tale (legittimo proprietario, per carità) che se lo teneva lì dismesso da undici anni (estremo tic del lusso), nel 1991, una trentina di giovinastri, quelli della peggior specie, quelli pieni di tatuaggi e piercing e bombolette spray, quella strana sottocategoria dell’umanità che mescola sigle, linguaggi, birra e marijuana; insomma l’esatto contrario dei papa-boys tanto amati dalla tv, quei giovinastri lì sfondarono la porta, diedero una pulita e vi si insediarono. Nacque un grosso, colorato, un po’ buio, laboratorio creativo che, ispirato al desiderio di “liberare” il tempo, negli anni ha mescolato politica e musica, anarchia e comunismo, cinema e calcio, canzoni e pittura, sax, canne e birre. E sogni.


Officina novenove, centro sociale occupato. Dieci, cinquanta, cento giovani napoletani troppo sporchi per essere perbene e troppo puliti per essere guaglioni di camorra. Dieci, cinquanta, cento facce che lì dentro si sono incontrati, hanno discusso, hanno creato. Qualcuno è diventato famoso e canta in tutta Italia, qualcuno oggi porta la cravatta e lavora in banca, qualcuno fa l’assessore, qualcuno si fa. Qualcuno fa il punkabestia, qualcuno lavora coi Ds, qualcuno si è deciso ad aiutare il padre nella bottega di famiglia, qualcuno si è sposato, qualcuno fa il no global di professione, qualcuno è morto di overdose. Qualcuno ha fondato i 99 posse, qualcuno li ha sciolti, qualcuno li ha lasciati ed è andato a cantare da solo.

Giovani napoletani.

Hanno creduto molto, alcuni poco, alcuni nemmeno lo sapevano, nell’alternativa. Alternativi a cosa? A tutto, diciamo. Giovani. Discutibili, come ognuno. Simpatici, antipatici, come capita.
Giovani napoletani tesi e protesi. Vivi, insomma, in una città di morti e moribondi.
Tre anni fa, il proprietario (legittimo, per carità) di quei locali si ricordò che dell’ingente patrimonio personale facevano parte anche quei quattro tuguri mangiati dalla ragnatele e avviò una battaglia giudiziaria per tornarne in possesso. Ma i ragazzi dissero no. Lo cantava anche Zulù (voce solista dei 99 posse): “curre curre guagliò…tant mazzat pigliat ma una bona l’amma rat: è nat, centro sociale occupat e mo co cazz ci cacciat”.
Difficile buttarli fuori da una proprietà (legittima, per carità) quei ragazzacci con in corpo birra e canne e nella mente pensieri vagamente rivoluzionari. La vicenda finì a marche da bollo. E oggi culmina con una scelta felice e tranciante del Comune di Napoli, che ha fatto un passo coraggioso (uè) e ha deciso di acquistare l’immobile. Un milione e duecentomila euro per comprare quei locali e farli diventare proprietà pubblica. Soldi dei cittadini per dare un tetto a quei teppisti. Mannaggia. Fatto il gesto adesso assessori e politici provano a tranquillizzare la buona coscienza della bella Napoli (quella onesta, quella che si gira dall’altra parte quando sente gli spari per strada) dicendo che per quei locali si sta pensando a un centro polifunzionale aperto a tutti e gestito in maniera limpida. “Paletto fondamentale posto dall’amministrazione – ha spiegato un po’ spaventato l’assessore al Patrimonio Ferdinando Balzamo – è che la struttura venga utilizzata per attività di interesse generale e sia fruibile per tutti, come è giusto che sia trattandosi ormai di un edificio pubblico”. Certo (per carità) non si vorrà mica lasciarlo così, all’occupazione anarcoide, intensamente “fumata” di quella gioventù stracciona? Si penseranno iniziative e si utilizzeranno quegli spazi per attività di socializzazione per giovani.
Mai come questa volta, però, è lecito confidare nell’eccellente capacità d’inazione del Comune di Napoli. L’avete comprato? Bene. Adesso dimenticatelo.

Fermatevi e lasciatelo così. Non fate nulla che qualunque cosa gli strapperà sangue e spina dorsale.
Lasciate che lì dentro germogli l’assenza del potere e che sotto quei cespugli un’altra, e un’altra ancora, e un’altra ancora generazione di giovani napoletani si autosottragga alla strada e trovi la sua di strada, qualunque essa sia.

State fermi, stiamo fermi, assessori e roboanti amministratori, che ci sono spazi nei quali è meglio non esserci.

Lasciateli liberi quei quattro pazzi. Che non fanno male a nessuno (purtroppo).

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