Il commento
LA STORIA SI RIPETE
di Francesco Durante
Noi ci siamo passati, conosciamo il problema. C’era, è vero, una differenza
a priqla vista sostanziale, perché a Torino, all’inizio degli anni Sessanta, erano comparse le scritte famigerate «Non si fitta ai meridionali», mentre qui a Napoli, oggi, le scritte sembrano di tenore esattamente contrario: «Si fitta solo agli immigrati».Di diverso, però, è soltanto il testo: la musica è la stessa. «Si fitta solo agli immigrati», infatti, perché si presume che solo loro – la solita, antica «carne’e maciello» cantata da Raffaele Vivi ani –
potrebbero acconciarsi a vivere in quei tuguri che il famoso buon cuore partenopeo, dai Quartieri Spagnoli alla Duchesca, mette a loro disposizione,
ovviamente non gratis. Noi ci siamo passati. Dal Lower East Side di Manhattan alle periferie minerarie belghe e francesi, dagli slums di Sydney alle baracche dei macaroni di Germania, abbiamo fatto la più che secolare
trafila degli emigranti: discriminati, bistrattati, sottopagati, linciati quand’era il caso,come a New Orleans o ad Aigues-Mortes, e sempre
temuti, temutissimi, in quanto irreconciliabili alieni, portatori della superstizione cattolica e della sua corruttela nel cuore del mondo protestante, la faccia baffuta
decorata da occhi di brace
e un ghigno sinistro
puzzolente d’aglio, la mano
sempre pronta a correre
al pugnale o alla pistola.
Non ci volevano, i bravi
cittadini degli altri
mondi in cui si trasferirono
le tante altre Italie raminghe.
O, meglio, non
ci volevano ufficialmente.
Perché poi, quando si
trattava di sfruttare, di realizzare
enormi profitti
pagando salari da fame,
quando si trattava di reclutare
ciurme di crumiri
disperati pronti a rompersi la schiena senza il riparo di alcuno scudo sindacale: allora ci volevano eccome. Bastava non impuzzolentirgli l’aria, non guastargli il décor.Le Little Italy sono nate per questo: perchè erano ghetti separati dal resto della città, e anche perché quegli irreconciliabili
alieni, stretti tutti insieme nei loro quartieri, potevano
avere la sensazione di una maggior protezione contro le devastanti
collere del vicinato razzista. La storia si ripete, si è sempre ripetuta. E la storia
più grande e dolorosa
del mondo, ma anche
quella più facile da dimenticare:
storia di migrazioni bibliche, di generazioni che si scarificano
e che sopportano non
per sé, ma per quelle che
seguiranno. Finché durerà,
non ci sarà mai un quartiere che, per quanto
degradato e invivibile,
potrà restare privo di potenziali
inquilini. Tre quarti del mondo fanno la file per andarci a vivere. Ma una cosa dobbiamo saperla: che in questi vecchi-nuovi ghetti è oggi più duro fare esercizio di miseria e di pazienza avendo fede in un futuro
di riscatto per i propri figli. In questi nuovi e immutabili
ghetti, assieme alla speranza possono crescere l’odio e la voglia
di vendetta. Noi non siamo più l’America, anche se cisti da lontano le assomigliamo. La vecchia America, con tutte le sue
spesso violente contraddizioni, sapeva integrare l’alieno. Noi, schizzinosi
da un lato del meticciato, prodighi dall’altro di buone
intenzioni che il più delle volte son soltanto sterili petizioni di principio,
non è detto che ci riusciamo. Di certo, continuando a permettere che
qualcuno affitti «solo
agli immigrati» locali che
non riserverebbe nemmeno
al proprio cane, non
lavoreremo per un futuro
di pacifica convivenza.
Il caso
NIENTE CASA AI NAPOLETANI, IL BASSO E’ RISERVATO GLI EXTRACOMUNITARI
di KHALID CHAOUKI
NAPOLI. «Seminterrato45 mq. Composto da camera letto, cucina bagno, solo per extracomunitari». Il giornale su cui si trova questa inserzione è specializzato in compravendita immobiliare. L’inserzione è del 3 settembre, sul numero ancora in edicola. Sembra incredibile, ma è vero. I casi sono due: o l’agenzia immobiliare in questione e i proprietari dell’immobile sono così gentili e amici degli stranieri da voler riservare solo a loro un appartamento. Oppure assistiamo ad un vero caso di discriminazione alla rovescia. Prendo il telefono e chiamo il proprietario di un altro appartamento, questa volta
L’annuncio simile è attaccato su un albero di Corso Umberto. «Vorrei avere informazioni sull’appartamento
in affitto». «Ma lei è straniero?», mi risponde la signora dall’altra parte del telefono. «Si, certo». «Però parla bene l’italiano», obietta la nostra «amica degli stranieri». lo le replico che vivo in Italia da quindici anni. Allora la signora cambia tono e mi dice
quasi scusandosi: «Guardi che la casa è in pessime condizioni. Non credo che le piacerà, non è adatta a lei». Traduco per chi fatica a capire: «Tu ormai sei integrato, questa casa è riservata agli stranieri davvero emarginati. Che pagherebbero qualsiasi affitto pur di stare sotto un tetto e che non pretendono
un contratto regolare. Te la sconsiglio vivamente».
Un caso unico quello di Napoli, ci informano dall’Ufficio
nazionale antidiscriminazioni razziali, che fa capo al Ministero delle Pari Opportunità. «Ci sono stati altri casi di discriminazione relative agli affitti, ma in quei casi la formula era No stranieri».
L’esperto dell’Unar ci comunica l’esigenza di denunciare simili atti «perché le direttive europee condannano le discriminazioni senza distinguo». Anche la Costituzione italiana è molto chiara in merito. L’articolo 3 recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali».E
per cittadini si intendono anche quelli stranieri che
si trovano nel nostro Paese.
Il nostro caso è tutto napoletano, e la gravità ci
obbliga a denunciarlo pubblicamente. Dietro allo
sfruttamento degli immigrati, che si trovano in condizioni
sfavorevoli, si affittano case in assenza di
contratti regolari e con prezzi assolutamente sconnessi
alla qualità degli immobili. Se il problema è
la totale insensibilità da parte dei direttori di queste
testate su cui vengono pubblicati. La discriminazione
è un reato e su questo il consulente del ministro
Prestigiacomo è chiaro: «Se il direttore del
giornale non rimuove l’annuncio dopo un nostro invito,
viene costretto a farlo da un giudice. In genere
i giornali, sensibili ad evitare denunce, sono molto
solerti a raccogliere il nostro invito». Vedremo cosa
accadrà nel caso di Napoli.
Il reportage
AI QUARTIERI, VENTI METRI CON CUCINA E WC INCORPORATI
di MONICA SCOZZAFAVA
NAPOLI. Cercare un appartamento per un amico che da Casablanca deve trasferirsi a Napoli richiede al massimo un’ora di tempo. Almeno se la zona in cui ci si avventura a caccia di informazioni è quella dei Quartieri Spagnoli. Nei vicoli a ridosso di piazza Carità, ogni tre o quattro bassi, c’è il signore di mezz’età seduto accanto allo stenditoio, proprio davanti alla porta d’ingresso, che sa tutto su case
e prezzi. Sa
perfino che il basso
di fronte al
suo si libererà il
lO settembre, che
è ampio poco più
di venti metri
quadrati, che il proprietario chiede
350euro al mese. E che lo fitta solo
ad immigrati, ovviamente. «E’
soppalcato – dice – c’è spazio per
un letto sopra ed uno sotto». Guardando
da fuori effettivamente scorgiamo
qualche metro sopra la porta
una grata in ferro dove sono appesi
indumenti ad asciugare. Non c’è campanello davanti a quel basso, bisogna bussare con i pugni –
la porta è di ferro – per tentare di
parlare con l’«inquilino».E’ gentile
la ragazza che appare sull’uscio,
parla poco l’italiano, ma riesce a
dire che la casa è umida, ci sono
macchie dappertutto e come bagno
c’è solo il water. Conferma che andrà
via, ma è restia a farci entrare. «Non posso stare ancora
qui – dice – devo accendere
la luce sin
dal mattino,
se non voglio
stare
con la porta
aperta».
Niente finestre, dunque. Come quel
basso ce ne sono tanti altri, tutti
abitati da immigrati. E gli studenti?
«Questa non è zona per loro spiega
il titolare di una vineria –
eppoi gli immigrati pagano di più
e non protestano per le condizioni
dell’appartamento». Chiamare
quelle topaie appartamenti è veramente
un eufemismo, anche se ce n’è qualcuno in condizioni migliori, cinquanta metri più avanti. Ce lo fa addirittura visitare un agente immobiliare, che ha un piccolo ufficio lungo il vicolo. Sulla vetrata di ingresso del negozio tanti annunci-. Per lo più affitti, poche le vendite. Sulle inserzioni però nessun riferimento ai agli immigrati e all’esclusiva che gli viene accordata per la locazione dei bassi. Ma quando al titolare dell’agenzia immobiliare chiediamo “se per caso” conosce qualcuno che fitta case per extracomunitari, lui candidamente risponde: «Ma ci siamo noi».E spiega: «Alcuni proprietari richiedono solo immigrati perché non hanno il problema di ristrutturare l’appartamento e perché pagano anche bene». Poi precisa: «Devono avere il permesso di soggiorno».
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO 6 SETTEMBRE 2005

