PUBBLICITÀ
HomeVarie«Ho visto l’assassino, ho disegnato l’identikit»

«Ho visto l’assassino, ho disegnato l’identikit»

PUBBLICITÀ


MONDRAGONE. La vedi e ti chiedi: ma chi glielo ha fatto fare? La senti parlare e ne invidi il coraggio, il linguaggio chiaro, la lucida determinazione nel raccontare quella manciata di secondi che le hanno cambiato la vita. Poteva, quella notte, andare dritta per la sua strada e non voltarsi a guardare. Poteva scappare e perdere la memoria, come tanti prima e dopo di lei, inutili testimoni di agguati di camorra. Poteva avere qualche dubbio, magari un tentennamento, quella piccola indecisione che avrebbe modificato l’identikit e indirizzato altrove le indagini dei carabinieri. Poteva, e mai nessuno glielo avrebbe rimproverato. E invece Carmelina non si è piegata, non ha abbassato la testa, non ha ceduto alle sottili minacce che seguirono la prima testimonianza, all’ostracismo alla quale l’avevano condannata i suoi amici. Carmelina ha vinto la paura – quella notte del 14 agosto, quasi due anni fa, e pure ieri mattina – e ha restituito dignità a una provincia calpestata e offesa da troppo sangue e da troppa violenza. Lo ha fatto nonostante la solitudine, alla quale è stata costretta prima dalla sua Mondragone e poi dallo Stato, che l’ha relegata nel limbo dei testimoni di giustizia ai quali tanto è promesso e nulla è dovuto: non la nuova identità, non il lavoro, non lo studio. Come fu per Pietro Nava, com’è ancora oggi se chi collabora con la giustizia non è né mafioso né camorrista. Carmelina ieri era in aula, in Corte di Assise, per raccontare ancora una volta cosa vide quella notte, mentre al Roxy bar di Mondragone la camorra ammazzava Giuseppe Mancone, spacciatore di cocaina al soldo del clan La Torre. È arrivata di prima mattina, i pantaloni neri e la camicia chiara, i capelli corti e il volto sereno. Ha aspettato per oltre due ore nella camera di consiglio della III sezione penale, i suoi angeli custodi a tenerle compagnie mentre in aula testimoniava il tenente Oreste Fiorentino. Pensava di dover incrociare di nuovo l’assassino, di guardarlo un’altra volta negli occhi attraverso lo specchio. Nella saletta riservata, al terzo piano del palazzo di giustizia, non c’è andata. Lui, l’imputato Salvatore Cefariello, di qualche anno più giovane di Carmelina, non ha voluto lasciare il carcere di Lanciano e non si è presentato al confronto. Carmelina ha parlato, per quasi due ore. Alla Corte (il presidente Maria Rosaria Cosentino, il giudice a latere Antonio Corbo) ha ripetuto il racconto fatto ai carabinieri di Mondragone il 14 agosto del 2003 e al pm Raffaele Cantone (che sostiene la pubblica accusa nel processo) qualche giorno dopo. «Mi ero trattenuta con due amiche fuori al bar Roxy, dovevamo decidere l’appuntamento per la gita di Ferragosto. Eravamo in bicicletta, si era fatto molto tardi. Ci siamo allontanate di qualche decina di metri, loro erano un po’ più avanti. Ho sentito il primo colpo di pistola, sapevo che non era la marmitta di una moto, e mi sono fermata. Il tempo di voltarmi e ho sentito il rumore degli altri spari, e poi gente che scappava, che scavalcava le auto. Dopo qualche istante è arrivato un motorino, volevo chiedere ai ragazzi che erano a bordo che cosa fosse successo. Mi sono voltata, ho incrociato il volto del conducente – ho visto le sopracciglia folte, gli occhi – e poi l’altro ragazzo: alto, i capelli lisci e lunghi fino alle orecchie fermati con il gel. Diceva il primo: ”Tutto a posto? Hai fatto?”. E l’altro: ”Sì, sì, vai, vai…”. Quello dietro aveva la pistola in pugno, nera con una riga argentata. Ho tirato dritto, ho rincorso le mie amiche mentre quei due imboccavano una traversa senza uscita; ho visto che tornavano indietro e ho pensato che cercassero me. Ho corso come una disperata con la bicicletta, ho raggiunto le mie amiche, ci siamo infilate in un’altra traversa e poi siamo entrate nel giardino di una casa, che aveva le scale esterne. Le mie amiche si sono accovacciate per non farsi vedere, io ho avvertito i carabinieri con il cellulare». Nella giornata del 14 agosto 2003 Carmelina aiutò i carabinieri a tracciare l’identikit. Quell’immagine fu trasmessa a tutti i comandi della Campania, rispose Ercolano: era il ritratto di Cefariello, che in quei giorni era intercettato. Quella notte il suo cellulare aveva agganciato i ponti telefonici di Casapesenna e, per cinque volte, di Mondragone.


ROSARIA CAPACCHIONE – IL MATTINO CASERTA 06/07/2005

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ