A svelare il movente del brutale assassinio di Luigi “Luca” Esposito non è la Procura di Salerno che riferisce di una «forte lite» scoppiata «per varie motivazioni». Lo fa il presunto omicida, il 26enne tunisino Ridha Rahmouni, arrestato nella notte tra venerdì e sabato dopo essere stato rintracciato in un casolare abbandonato, e abusivamente occupato, a un paio di chilometri dal luogo in cui avrebbe picchiato e poi bruciato, ancora vivo, il giornalista sportivo 53enne.
La svolta nell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Salerno guidata da Raffaele Cantone, si registra in 48 ore, cinque giorni dopo il rinvenimento dei resti carbonizzati della vittima in un terreno agricolo a Eboli. Ciò che non rende noto la Procura filtra dal lungo interrogatorio del tunisino. Si è detto infastidito dalle attenzioni di natura sessuale che gli venivano rivolte dalla vittima.
“Era pressante e per questo l’ho ucciso”, le prime parole del presunto killer del giornalista Esposito
Il 26enne avrebbe detto che Esposito intratteneva rapporti intimi a pagamento con alcuni suoi connazionali e che quella stessa tipologia di interazione voleva averla anche con lui. Si sarebbe sentito pressato da un’attenzione che, ha sostenuto davanti al pm, non avrebbe ricambiato e che non sarebbe mai sfociata in un avvicinamento fisico.
Ma, racconta ancora il 26enne, Luigi non si arrendeva e, questo risulta dall’analisi del traffico telefonico intercorso tra i due, i contatti andavano avanti a ritmi serrati. Accade anche poco prima dell’omicidio. Nel pomeriggio di sabato i due si sentono e concordano l’appuntamento. Luigi ci arriva a bordo della sua auto, il tunisino giunge in bicicletta. L’incontro si trasforma presto in una lite, il 26enne lo picchia brutalmente (riferisce agli inquirenti di averlo fatto a mani nude), poi utilizza della plastica, una coperta e delle sterpaglie e appicca il fuoco. L’indagato sostiene anche di non essersi accorto che Luigi era ancora vivo.
Ma c’è anche un altro aspetto che Rahmouni mette in luce nel corso della confessione fiume: oltre a non tollerare quelle attenzioni, ritiene di dover mettere fine al meccanismo di “tentazione” cui Luigi sottoponeva i suoi amici. Il bisogno di soldi avrebbe spinto alcuni di loro, che potrebbero essere individuati presto per riscontrare ciò che l’arrestato ha riferito, ad accettare di avere rapporti intimi con la vittima. Una cosa che il 26enne, che si è detto musulmano credente e praticante, non poteva più permettere.
Luigi veniva visto come un soggetto che sviava i suoi amici dalla preghiera e che spingeva persone di sua conoscenza, e a cui era affezionato, a pratiche, quale la fornicazione tra uomini, che la sua religione non accetta e che, anzi, punisce. Un racconto che fa rabbrividire e che dovrà ovviamente trovare riscontro nelle indagini che la Procura di Salerno non ha certo chiuso con l’arresto della notte scorsa. Dopo aver confessato, il tunisino (difeso dall’avvocato Giovanni Mauri) è stato condotto al carcere di Salerno, in attesa dell’udienza di convalida. Comparirà davanti al gip lunedì.
L’indagato aveva telefono e bancomat del giornalista
L’indagato era arrivato a Lampedusa a giugno del 2023, un anno e mezzo dopo la Questura di Salerno nega il permesso di soggiorno ma lui riesce a sfuggire a un decreto di espulsione. Nelle banche dati della polizia era noto anche come Amed Jamal e risulta anche una denuncia per occupazione abusiva di un immobile ad Altavilla Silentina, nel Salernitano.
Nel decreto di fermo vengono messi in fila tutti gli elementi della vicenda e la loro concatenazione. In primis il dato relazionale perché Rahmouni ed Esposito risultano «collegati attraverso contatti telefonici ripetuti» iniziati settimane prima del delitto ed intensificatisi proprio quella sera; quello spaziale «nelle ore decisive le rispettive utenze convergono nel medesimo quadrante territoriale». L’aspetto dinamico della vicenda evidenzia «filmati e dichiarazioni» che documentano movimenti compatibili con un appuntamento cui erano presenti l’auto di Esposito e la bici del suo assassino.
C’è poi la famosa impronta sull’auto di Esposito che “certifica” l’avvenuto incontro. Dopo il delitto, poi, i contatti, fino a quel momento sostenuti, si interrompono di colpo e il 26enne attiva un’altra sim usando però il suo unico cellulare, come a voler «schermare» la comunicazione dopo il fatto. Infine la perquisizione: il tunisino aveva telefono e bancomat di Luigi.
